Nella vecchia Factory

Intervista a Gerard Malanga

20 aprile 2005, "Pride", n. 70, aprile 2005

Il poeta e fotografo americano Gerard Malanga, nato nel 1943, si è allontanato per un po' dall'appartamento di Brooklyn in cui vive, sepolto da montagne di libri, con due gatti e una moglie giapponese. è arrivato a Milano per una mostra grafica, Poetry Blow Up, ispirata alle sue poesie, dell'architetto Gianfranco Farioli.
Incontrarlo ed intervistarlo è stato per me un grande onore.

Strettissimo collaboratore di Andy Warhol, per più di otto anni, s'è sempre adornato d'una aura maledetta, che ben compete al suo rango d'attore d'avanguardia in pellicole, assai provocatorie ed erotiche, come Couch (1964), Vynil (1965) e The Chelsea Girls (1966).

Circondato, alla Factory di Warhol, da un gruppo di persone essenzialmente votate all'autodistruzione, con droghe e mille pazzie, riuscì a uscirne indenne, e anche oggi dimostra di non aver perduto smalto al suo carisma.
All'epoca dei suoi vent'anni ebbe a soffrire molto del fatto che la sua bellezza prendesse sempre il sopravvento sulle sue doti creative. Per Warhol fece di tutto, compreso il manager (al "Fortune Theater" di New York) per i film porno gay girati in segreto da Andy. Ma fu proprio per il suo bell'aspetto che divenne immediatamente un idolo della Pop Art.
Il suo look caratteristico, in pelle lucida nera, lo copiò dai gay nei locali leather del Village. A sua volta, poi, gli fu rubato da Jim Morrison nel 1966, a San Francisco, quando lo vide ballare schioccando una frusta fluorescente, sul palco, con i "Velvet Underground" di Lou Reed.
Mai però ricordare la cosa a Malanga! Potrebbe innervosirsi oltre misura. Da giovane, infatti, era famoso per la sua arroganza e l'altezzoso piglio da teppista. Cosa che divertiva molto Warhol.
Così, prima di tempestarlo di domande personali, ho deciso d'adottare la tattica di distrarre il gatto con un altro topolino e, una volta saziatolo, passare all'attacco.
Nel caso in questione l'offerta sacrificale consisteva in una rara e prelibata traduzione italiana Longanesi, del 1960, del romanzo gay scritto da Charles Henry Ford nel 1933, Poveri perversi.
Sapevo bene quanto Malanga fosse bibliofilo sopraffino, e soprattutto grande amico dell'autore, scomparso quasi novantenne tre anni fa. Grato del regalo, si è subito abbandonato ai ricordi legati alla biografia di Charles Henry Ford: al suo amore con il pittore Pavel Tchelitchew a Parigi e di come avesse pure messo incinta la scrittrice, lesbica, Djuna Barnes all'epoca in cui lei scriveva Bosco di notte e lui glielo batteva a macchina, a Tangeri, a casa di Paul Bowles.
Tutti personaggi e libri per i quali anch'io vado in deliquio.
Parlando di libri e poesia ho poi improvvisamente dirottato il discorso, con un primo quesito diretto.

Il 1963 fu il tuo primo anno con Andy Warhol?
Sì, fu in giugno. Molto tempo prima avevo trovato un lavoro attraverso la mia scuola: si trattava d'andare in un laboratorio in cui si stampavano tessuti per cravatte con la tecnica della serigrafia.
Cercavo un lavoretto estivo e fu proprio il poeta Charles Henry Ford, conosciuto attraverso un mio insegnante di letteratura, a dirmi che un suo amico pittore, di nome Andy Warhol, stava cercando disperatamente qualcuno che avesse pratica di serigrafia per trasferirgli foto su tela. Quando Andy mi vide, strabuzzando gli occhi perché mi trovò soprattutto molto "carino", disse: "Davvero tu potresti aiutarmi?".
Fui l'uomo giusto al momento giusto. Da quel momento, con la serigrafia, Warhol cambiò radicalmente stile. Anche nei contenuti, a livello più o meno conscio.
Immediatamente fui molto più di un semplice aiutante, poi divenni per lui anche un vero catalizzatore di persone e avvenimenti creativi.
Avevo appena compiuto vent'anni...

Tu non hai mai usato la serigrafia per le tue opere fotografiche: è stato per evitare un paragone con Warhol?
Questo è un punto interessante. Avrei potuto farlo per ragioni di mercato, anche se Andy era molto geloso e non me l'avrebbe perdonato...
Io ero nell'orbita di Andy, che usava delle foto, trovate casualmente sulla stampa, come base per i suoi quadri, in più molti fotografi professionisti venivano a ritrarre noi per i giornali. Entrammo, così, in stretto contatto con i fotografi e il loro lavoro.
Quando girammo insieme i primi filmati, gli Screen test agli amici in visita alla Factory, né io, né Andy eravamo dei fotografi. Lo saremmo diventati entrambi molto tempo dopo. Alla fine dei conti, queste pellicole underground erano foto in movimento di persone riprese assolutamente immobili per tre minuti.
Fu la forte attrazione voyeurista per le immagini che ci spinse a diventare fotografi. Fu spontaneo.
Inoltre non mi è mai venuto in mente di copiare Andy: io non ero un pittore ma solo un poeta che usava le proprie foto come fonte d'ispirazione per testi poetici... Anche in maniera sperimentale: fui tra i primi ad usare le fotocopie a scopo creativo.

Tu hai sempre detto che fotografi ciò che non puoi scrivere e scrivi ciò che non puoi fotografare. Man Ray diceva che fotografava ciò che non poteva dipingere... Warhol, invece...?
Lui era attratto dalla "Realtà", da ogni cosa fosse action... Per lui tutto era riproducibile tecnicamente. Registrare su nastro conversazioni casuali o scattare in continuazione polaroids divenne per lui un'ossessione. Non a caso diventò regista cinematografico.
Ogni oggetto, persona o suono poteva diventare opera d'arte. Era attratto da ciò che era "popolare", dalla "celebrità" ma anche da cose scioccanti ed inusuali. Comprese le persone strambe e "uniche" di cui amava circondarsi. Lui però non aveva grandi capacità critiche, ne era attratto inspiegabilmente.
Era aperto ad ogni cosa nuova che lo potesse incuriosire e divertire.

Non è un caso che negli anni '60 nasca il concetto di happening. Dai cuscini argentati gonfiati con l'elio e fluttuanti nel mezzo d'una galleria d'arte o allo spettacolo Exploding plastic inevitable dei Velvet Underground e Nico, in cui tu ballavi in scena agitando una frusta sado-maso!
Oh, sì! Presentai io Nico a Warhol. Bellissima. Ma era una tale stramba inaffidabile...

Alla fine, nel 1969, tutti gli interessi di Warhol confluirono nella sua rivista "Inter-view": cinema, arte, musica e pettegolezzi su celebrità intervistate al magnetofono...

Si, peccato che fui licenziato prima che uscisse il terzo numero. Ormai c'erano interessi troppo diversi. Il mio ruolo alla Factory era già stato sostituito dal regista Paul Morrissey... i tempi erano cambiati.

Hai stretto amicizia e fotografato molti mitici talenti gay... Cecil Beaton, Tennesse Williams, William Burroghs, John Rechy...

Oh, certo: ho fotografato lo scrittore John Rechy nel 1973 a Los Angeles. A casa sua ho poi assistito ad un incontro che appartiene ormai al "mito". Un giorno andai a trovarlo con Charles Bukowski, così ho avuto modo d'assistere ad una scena molto curiosa che li coinvolse.
Erano della stessa città, ma i due erano l'uno l'opposto dell'altro, con differenti punti di vista, anche letterari, l'uno omosessuale l'altro no. L'uno grosso e ubriacone, l'altro piccolo, giovane e muscoloso. Rechy era appassionato di culturismo, s'allenava con i pesi in casa ed era molto narcisista. Quel giorno, praticamente nudo, dopo l'allenamento si distese sul letto mentre sottecchi, e in canottiera, Bukowski se lo squadrava bevendo una birra dietro l'altra. Con noncuranza, faceva di tutto per evidenziare i suoi muscoli per impressionare Rechy... in pieno gioco d'attrazione sessuale tra maschi.
La scenetta era incredibile, due dei più grandi scrittori americani davanti a me che flirtavano in silenzio. Non scattai neanche una foto quel giorno e me ne andai, lasciandoli giocherellare tra loro. Non ho mai saputo com'è andata a finire... chissà! Tutto è possibile...

E il fotografo Robert Mapplethorpe?
Lui era un caro amico già nel 1971, molto prima che diventasse un famosissimo fotografo. Faceva il pittore ed è stato il soggetto di uno dei miei primi servizi fotografici. Credo che a quell'epoca lui non conoscesse ancora Patty Smith, molto amica mia... con cui poi divenne inseparabile.

E' stato detto che tu e Andy Warhol eravate una "coppia celebre" come "Alice B. Toklas e Gertrude Stein della Pop Art"...
Divertente! è vero, è una cosa curiosa perché tutti ci vedevano sempre insieme e sul "Village" Voice comparve una vignetta, d'un certo Edward Fitzgerald, in cui ci aveva ritratto, con quel sottotitolo. La cosa era molto divertente e fece furore nel mondo dell'arte... ma la nostra era solo una relazione lavorativa.
Dal 1963 al 1967 eravamo davvero inseparabili, giorno e notte: al lavoro e ai parties, dalle proiezioni di film underground alle mostre, dai reading di poesia ai locali da ballo... ero io a trascinarlo in giro alla scoperta della città e della notte.

Hai dichiarato che ai tempi della Factory tu eri l'unico non gay del gruppo. C'erano solo alcuni bisessuali... tra questi c'era l'attore e sex symbol Joe Dallesandro?
Dallesandro appartiene al secondo periodo della Factory, dal 1967 in poi, quando io avevo iniziato altri miei progetti artistici e mi trasferii a Roma per lunghi periodi, sino al 1969.
Joe veniva da Los Angeles, lo vidi e gli feci una bellissima intervista al registratore per Warhol. Era veramente sweet e passammo tantissimo tempo insieme, scattandoci pure molte foto. Davvero molto simpatico: diventò il mio migliore amico. In quel mondo di matti eccentrici che frequentavano la Factory noi due ci sentivamo un po' estranei, per questo andavamo molto d'accordo. Il nostro era un rapporto alla pari.
Joe era una persona molto complicata, a causa del suo background turbolento da vero ragazzo di strada e dei problemi con suo padre. A New York aveva deciso per una vita più easy going, voleva prendersela comoda e non avere più guai. Aveva fatto dei tormenti esistenziali le basi della sua tecnica recitativa.
Noi due eravamo gli unici italo-americani del gruppo e le due più grandi Superstar maschili della Factory (ride).

Nonché due grandi "icone" culto del mondo gay!... E dopo la Factory sei diventato un famoso poeta...
Ci ho provato a diventarlo! (ride)

Così sei riuscito a sfuggire dalla trappola d'essere identificato solo come un "clone" di Warhol...
Avevo avuto un'immensa pubblicità sui giornali all'epoca della Factory.
Mi trovavo in una situazione privilegiata, ma la mia immagine era troppo associata a quella di Andy. Già prima di conoscerlo io avevo pubblicato sulle più importanti riviste letterarie d'avanguardia.
Quanto me ne distaccai definitivamente, alla fine del 1970, avevo pubblicato già cinque raccolte di poesie, pubblicato molte foto e girato alcuni film per conto mio... Ma divenne un serio problema per il mio lavoro di poeta. La notorietà avuta con Andy scatenava gelosie nell'ambiente letterario. Non ritenevano la cosa politically correct! E la cosa continua ancora oggi. Nessuno, in Usa, mi ha ancora conferito un premio ufficiale. In Europa è diverso, da noi invece girano troppi soldi ed interessi personali di pochi accademici intorno a fondazioni culturali e riviste.

E', in ogni caso, difficile sopravvivere a una leggenda come Warhol...
Mi sono molto impegnato a rimanere vivo! (ride)...
Vero, Andy ci ha lasciati nel 1987; influenza ancora oggi la mia vita ma non mi sono mai fatto "promotore" ufficiale della memoria di Andy Warhol. In ogni caso, solo negli Usa è un grosso problema quello d'identificarmi soltanto col periodo della Factory, sottovalutando tutto il resto. Già qui in Italia è molto diverso.

Non hai mai riflettuto sul fatto che tutte le grandi leggende del Novecento siano esclusivamente americane?
Adesso che mi ci fai pensare... Marilyn Monroe, Elvis Presley, John Kennedy...

E naturalmente tutti eternati nelle opere di Andy Warhol. Oltretutto la Monroe non sarebbe mai diventata così "immortale" senza la celebre e ossessiva serie di serigrafie del suo volto, create da Warhol nel 1962, giusto pochi giorni dopo la sua morte. C'è stato un interscambio di celebrità ed immortalità tra Warhol e i suoi soggetti. Cosa, questa, tanto affascinante quanto inquietante.
Quanto credi fosse importante, per Andy, la cultura gay del camp?
Non era un interprete asettico della realtà, la rappresentava con la propria sensibilità gay. Gli piaceva molto scherzare ed ironizzare. Nel camp c'era molto humour e la cosa gli piaceva molto. Era alla base della sua stessa vita.

La Pop Art, alla fine dei conti, oggi può essere vista come un'arte alienata, frutto dell'epoca moderna malata di consumismo. Warhol s'era reso conto di questa "denuncia" inconscia nelle sue opere?
No. La Pop Art poté esistere perché i mass media erano l'immagine dell'attualità, e la Pop Art amava la modernità propagandata attraverso tutti i media: pubblicità, giornali, televisione e il cinema delle stars. Era un'arte che non avrebbe potuto esistere al di fuori di questo "culto" per i media.

A sua volta la Pop Art divenne "di moda" perché i media se ne occuparono immediatamente, per il suo aspetto scioccante e bizzarro. Fu come se per un attimo i media si fossero guardati dentro a uno specchio e si auto-incensassero. Andy amava le cose che dipingeva e non faceva certo denuncia sociale...
è vero. Quando degli amici gli suggerirono di dipingere ciò che lui amava di più, iniziò a disegnare su tela le banconote verdi dei dollari!

Cocludiamo col tuo lavoro di fotografo. Parlami delle tue foto di nudo.
Ti riferisci ai miei nudi femminili degli anni Ottanta?

No, a quelle famose con Iggy Pop nudo, nel 1971.
Ah, "quelle" foto! Sono le mie prime foto di nudo in genere e le mie ultime di un uomo nudo. Lui stava per diventare una rock star, ero nel suo appartamento a tarda mattina. S'era appena alzato e improvvisamente si mise a fare come degli esercizi di ginnastica stretch. Presi la mia macchina fotografica e iniziai a scattare girandogli intorno. Lo incitai a spogliarsi finché non restò completamente nudo.
So che sono tra le sue foto preferite, io ne usai una anche per la copertina di un catalogo di una mia mostra. Ma all'epoca fu un vero scandalo!



Hanno scritto di lui:
Andy Warhol
(da Andy Warhol e Pat Hackett, Andy Warhol racconta gli anni Sessanta, Meridiano Zero, 2004):
Gerard mi piacque subito; era un ragazzo gentile che avrebbe poi iocato un ruolo importante nella nostra vita alla Factory. (...)
Sembrava perennemente assorto in una specie di rêverie: ogni tanto faceva venire voglia di schioccargli le dita davanti alla faccia per risvegliarlo. Scriveva molte poesie. Aveva conosciuto un sacco d'intellettuali. (...)
La cosa più bella, comunque, era che sembrava intendersene sul serio di serigrafia. Cominciò subito a lavorare per me, per un dollaro e venticinque all'ora che, come mi ricorda sempre lui, all'epoca era la paga minima nello stato di New York.
Durante i primi giorni mi capitò di ascoltare una sua conversazione telefonica con Charles Henri Ford in cui diceva che gli facevo paura, per via del mio look e tutto, e poi abbassando la voce a un sussurro gli confidava: "Sinceramente, penso che voglia approfittarsi sessualmente di me". (...) Non parlavo molto e Gerard nemmeno. Ogni tanto si prendeva una pausa e si metteva a scrivere poesie in un angolo, e a volte quando qualcuno veniva a vedere i miei lavori le leggeva ad alta voce. (...) Gerard dopo una serie di false partenze si mise con la bella indossatrice, Benedetta Barzini, e di conseguenza, come suo solito, si mise a scrivere poesie per lei e su di li.

Benedetta Barzini (L'emozione di quegli anni alla Factory, in: Andy Warhol e Pat Hackett, Andy Warhol racconta gli anni Sessanta, Meridiano Zero, 2004).
Uno degli amanti di Andy si chiamava Gerard Malanga. Era di origine italiana e aveva un bisogno straordinario di ritrovare le sue radici, così si era inventato di essersi innamorato di me perché potevo fungere da cordone ombelicale con la sua patria perduta.
Andy si divertiva, non gli importava niente che il suo amante fosse coinvolto in quella ricerca delle radici. Io me ne stavo sulle mie.

Fernanda Pivano (dal catalogo della mostra Poetry Blow Up: Malanga & Gianfarioli, Milano, febbraio 2005).
Alla mia nostalgia appartiene Gerard Malanga, quando veniva da me biondo e fascinoso a presentare i suoi film al festival di Bergamo,
forse nel 1967, e stava da me insieme a Allen Ginsberg e insieme cercavamo di cucinare della carne immangiabile nel mio forno coperto di fuliggine che nessuno aveva mai usato: giorni felici per me, meno per lui disastrato dalla lontananza con la Factory del suo maesro compagno; e insieme ricordavamo le nostre giornate a New York, quando lui dirigeva un cinema che per me era una specie di scoperta del mondo e proiettava film per soli uomini, di quelli che più o meno davanti a una piscina si passavano l'asciugamano sulla schiena con l'aria di chi la sa lunga (...). Mi faceva vedere migliaia di pagine di poesie d'amore scritte per una bella ragazza dell'aristocrazia culturale milanese [ndr: Benedetta Barzini] con cui era pazzamente intricato, senza sapere che l'oggetto della sua passione mi chiedeva di intercedere con lui perché non la compromettesse più con le sue poesie.
Chi lo sa chi la stia compromettendo adesso.

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