Mario Mieli: una risata contro l'omofobia

Nel 1977 Mario Mieli è un ragazzo di 25 anni. Si è appena laureato in Filosofia Morale all'Università Statale di Milano con una tesi originale e ambiziosa sull'omosessualità maschile che nello stesso anno diventa un libro della prestigiosa collana dei Saggi di Einaudi, Elementi di critica omosessuale.

Il libro è la rielaborazione e la personale interpretazione di una esaltante esperienza collettiva che aveva coinvolto, fin dagli inizi degli anni Settanta, quando Mario Mieli non aveva nemmeno vent'anni, il variegato e agguerrito mondo dei collettivi omosessuali, soprattutto milanesi, ma anche torinesi e romani.

Si trattava di gay che sperimentavano un nuovo modo di fare politica a partire dal corpo e dal desiderio in una prospettiva di liberazione personale e collettiva e che, secondo lo slogan "il privato è politico", coniugavano importanti elaborazioni politiche e scandalose pratiche di vita. I luoghi di aggregazione erano i gruppi di autocoscienza dove ognuno si metteva in discussione, per confrontarsi con i suoi sensi di colpa interiorizzati, con la sua femminilità repressa o con le sue fantasie sadomasochiste, e dove le connotazioni tradizionalmente più negative dell'omosessualità venivano ribaltate in valori rivoluzionari.

Le schematizzazioni elaborate dalla cultura dominante attraverso il modello medico dell'omosessualità come malattia o religioso come peccato, sociologico come devianza o legale come delinquenza, diventavano oggetto di spietata irrisione, e l'omosessualità, con i suoi linguaggi marginali e sotterranei e con i suoi riti elaborati nel corso di secoli di repressione e di coatta invisibilità, esplodeva in una pluralità di performances e diventava il punto di partenza della rivoluzione contro il Capitale, la base del "vero comunismo" in un mix di analisi marxiste, di riletture gay della psicoanalisi, di recuperi camp, di travestitismi e transessualismi.

"El pueblo unido è meglio travestido" si scandiva nelle sparute manifestazioni gay di quegli anni, e lo slogan in parte poteva anche divertire, ma inquietava non poco i compagni maschi eterosessuali, anche quelli della cosiddetta sinistra extraparlamentare, che di mettere in discussione ruoli e identità non ne volevano proprio sapere.
A partire da questi fermenti e da questi empiti liberatori, il libro di Mario Mieli demolisce i luoghi comuni e i pregiudizi avallati da tutta una pubblicistica medica, psicologica, sociologica che pretende di avere fondamenti scientifici. La "questione" viene ribaltata. Se un problema esiste non è l'omosessualità, ma la repressione dell'omosessualità:

"Se noi omosessuali appariamo a volte ridicoli, pietosi, grotteschi, ciò avviene perché non ci è concessa l'alternativa di sentirci esseri umani. I "pazzi", i negri, i poveri fanno paura".

I punti salienti del discorso di Mieli sono: l'origine storica del tabù antiomosessuale, il riconoscimento della universale presenza del desiderio omoerotico normalmente negato dall'ideologia "capitalistico-eterosessuale", l'importanza della liberazione dell'omosessualità nel quadro dell' "emancipazione umana", il superamento dei vecchi sensi di colpa, l'opposizione al dominio della Norma, la proiezione utopica verso una completa disinibizione delle tendenze omoerotiche che, una volta liberate, possono garantire il conseguimento di una comunicazione totalizzante tra gli esseri umani, indipendentemente dal loro sesso, la riscoperta del "polimorfismo perverso" della sessualità infantile di cui aveva parlato Freud e che Mieli chiama spesso transessualismo. La transessualità infatti, diversamente da quello che negli anni successivi si è inteso con questo termine, per Mieli è proprio il polimorfismo perverso dell'infanzia:

"siamo tutti, nel nostro profondo, transessuali, siamo stati tutti bambini transessuali e ci hanno costretto a identificarci con un ruolo monosessuale specifico, maschile e femminile".

Nel corso della sua trattazione Mieli spazia dalla politica alla psicoanalisi con straordinaria padronanza e con una vastità di riferimenti impressionante per la sua età, toccando anche la letteratura fino ad azzardare una "lettura gay" dei canti XV e XVI dell'Inferno dantesco che sarà discutibile per la maggior parte dei dantisti, ma che è sicuramente affascinante e suggestiva.

Il libro, così sfacciato ed eretico anche nella sua costruzione discorsiva, così eccessivo anche nel mescolare il vissuto personale con le rigorose analisi teoriche, nelle autodefinizioni di "gay", "checca" e "frocio" e nel dare, senza mediazioni, agli esponenti della cultura dominante appellativi del tipo "canaglia reazionaria", non ha molta fortuna in Italia. La sua diffusione è limitata. Lo stesso movimento di liberazione omosessuale cerca presto strade diverse e agli inizi degli anni Ottanta c'è una generale forma di ritorno all'ordine e un adeguamento alle Norme, quelle Norme che Mieli e compagni volevano traviare e cancellare. Uno spettacolo dei COM (collettivi omosessuali milanesi, di cui Mieli era uno degli esponenti più rappresentativi), poi diventato un libro pubblicato dalla casa editrice "L'erba Voglio" nello stesso 1977, si intitolava appunto La Traviata Norma ovvero: vaffanculo: ebbene sì! .

Nel giro di pochissimi anni tutto il discorso rivoluzionario è messo da parte, considerato superato o politicamente non opportuno. Mario Mieli muore suicida nel 1983 e il suo nome rimane legato, oltre che al Circolo di cultura omosessuale che nasce in quegli anni a Roma e che da lui prende il nome, alle riflessioni di pochi intellettuali gay refrattari all'accettazione di un'omosessualità in doppio petto che cerca legittimazione nei partiti politici e nelle istituzioni. I risultati del processo di normalizzazione dell'omosessualità, che nella sua radicalità Mieli aborriva, sono sotto gli occhi di tutti.
Anche in giacca e cravatta, anche rispettoso delle Norme e pronto a costruirsi una famiglia non diversa da quella etero, il gay sembra fare ancora paura e siamo lontani da un processo di reale liberazione che forse deve passare davvero, come scriveva Mieli, "attraverso la (ri)conquista della transessualità e il superamento dell'eterosessualità quale oggi si presenta".

Pressoché misconosciuto in Italia e ignorato dall'establishement culturale, il libro di Mieli viene pubblicato nel 1980 in un'edizione in lingua inglese e nei paesi anglosassoni ha un percorso diverso, viene studiato anche nelle Università e diventa uno dei testi di riferimento dei Gender Studies e della Queer Theory.

Esaurito e introvabile nella vecchia edizione Einaudi, viene ripubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2002, a cura di Gianni Rossi Barilli e di Paola Mieli come un testo importante e basilare del nuovo corso degli studi di genere e con un' appendice di saggi, quasi tutti di studiosi di cultura anglosassone.

Riletto oggi il libro necessita di una ricontestualizzazione e sotto molti aspetti può risultare datato.

Nello stesso 1977 veniva pubblicato un altro testo importante nella storia della liberazione della sessualità, La volontà di sapere, di Michel Foucault, che Mieli non aveva avuto la possibilità di conoscere e che metteva in discussione proprio "l'ipotesi repressiva" che è alla base del discorso di Mieli. Non ci è dato sapere quali mutamenti di prospettiva avrebbe comportato nell'analisi di Mario Mieli la conoscenza di Foucault, ma nonostante questo e nonostante altri aspetti del libro che si esauriscono nelle esperienze di quegli anni, gli Elementi rimangono, come scrive Gianni Rossi Barilli in uno dei saggi che accompagnano l'edizione del 2002, "a tutt'oggi il più importante saggio teorico prodotto in Italia nell'area del movimento di liberazione omosessuale".

Tra le suggestioni di maggiore attualità del libro di Mieli ci sono indubbiamente la messa in discussione della rigida contrapposizione eterosessuale/omosessuale e l'ipotesi di un'identità fluida e in continuo divenire, che oggi chiamiamo queer, che vuole essere, nei moderni studi gay, liberazione da schemi normativi e da identità prefissate in un processo di moltiplicazione di identità e di visibilità. Il libro di Mieli non è però importante solo per questo.
Con i suoi eccessi e con la sua esuberanza espressiva, con la sua ironia camp e la sua fiducia in una rivoluzione che parta da sé e dai propri desideri, era anche, nel 1977, una delle poche alternative al plumbeo clima politico-culturale di quel periodo. Ed è anche questo che ce lo fa ancora amare e considerare uno dei libri più significativi di quell'anno.

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