La mala educacion

7 gennaio 2005, "Pride", ottobre 2004

Dopo essere stato presentato a Cannes, esce sugli schermi italiani La mala educación, l’ultimo film di Pedro Almodóvar. Strutturato in tre momenti narrativi – il 1964, in piena repressione franchista, il 1977, con la libertà postdittatura, e il 1980, in anni di sfrenata movida – il film ha una trama particolarmente complessa. Enrique Goded (Fele Martínez), regista in cerca di ispirazione, riceve nel suo ufficio Ángel (Gael García Bernal), un giovane che sostiene di essere in realtà il suo amico d’infanzia Ignacio e che gli propone una sceneggiatura, “La visita”. Questa racconta la loro infanzia in un collegio religioso, il loro amore delicato e forte, e l’espulsione di Enrique da parte del direttore, Padre Manolo, per poter approfittare di Ignacio.

Enrique accetta di girare un film tratto dalla sceneggiatura ed inizia una relazione col giovane, nonostante abbia scoperto che altri non è se non Juan, il fratello di Ignacio, che nel frattempo è morto. Sul set, dove Juan ha la parte del travestito Zahara, compare però l’ormai attempato ex-padre Manolo; questi – succube per tutta la vita delle sue passioni – racconta la sua verità sulla morte di Ignacio e le responsabilità di Juan, che viene dunque allontanato da Enrique.

La mala educación non è un’opera autobiografica, nel senso che il regista spagnolo racconta cose viste in prima persona quando trascorse l’adolescenza in un collegio salesiano, ma non fu egli stesso oggetto di attenzioni. Il film è un melodramma noir, in cui i piani narrativi – passato, presente e finzione cinematografica – si confondono volutamente in un gioco di specchi, in cui realtà e menzogna si mescolano e le storie e le identità si moltiplicano e si accavallano. Così un ruolo è interpretato da più attori, mentre uno stesso attore incarna più ruoli.

Se ne esce forse un po’ frastornati, ma ne vale la pena poichè si tratta di uno dei migliori Almodóvar, molto vicino a La legge del desiderio per temi e spunti. Anche qui il regista riesce a evidenziare l’indissolubile legame fra Eros e Thanatos, l’amore e la morte, celebrando inoltre il suo sfegatato amore per il cinema. E qui pure quasi tutti i personaggi sono maschili, avvinti da passioni indomabili e voraci e imbarcati verso un destino fatale, fatto di sangue e di lacrime, in totale balia del desiderio, “la sola legge per la quale valga la pena di pagare un prezzo, un qualunque prezzo”.

Molti i momenti indimenticabili, a cominciare da quelli del collegio, che costituiscono un fortissimo attacco all’educazione religiosa della Chiesa, fatta di ipocrisia e peccato (ma la Chiesa spagnola non ha replicato, ben sapendo che si tratta della verità). Sono scene tremende: di corridoi austeri e di porte che si richiudono, di incontri notturni e di ricatti, di sguardi maliziosi e di palpeggiamenti, di traumi e di violenze sessuali.

Oppure la scena in cui Zahara è una femme fatale, ammantata in uno splendido vestito color carne, che canta seducentemente la toccante Quizás, quizás, quizás. Mentre Javier Camara, uno dei protagonisti di Parla con lei, canta travestito in un omaggio a Sara Montiel, la Mae West spagnola, un’icona gay degli anni Sessanta.

Certo, pochi registi sanno presentare l’universo gay al grande pubblico senza creare rigetto, nonostante la bramosa attenzione al corpo maschile e le numerose scene forti, dai travestiti ai rapporti fisici. Questi sono mostrati senza remore: c’è di tutto, da penetrazioni ad un pompino, quest’ultimo con il particolare di peli pubici rimasti in bocca. Una fisicità che non contrasta ma dà anzi più vigore all’inesauribile forza della passione, l’energia che muove ogni cosa. Belli i titoli di testa e la musica di Alberto Iglesias. E per quanto riguarda Gael García Bernal, l’attore messicano di Y tu mamá también, forse ancora più bello en travesti, sembra avere le carte in regola per diventare un nuovo Banderas.

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