A fior di pelle

19 febbraio 2005, "Babilonia", n.92, settembre 1991

La cosa più intima nell'uomo è la pelle

Paul Valery


I tatuaggi occidentali spesso evocano avventure sentimentali, dichiarazioni d'amore o di odio ed inevitabilmente si riallacciano ad origini equivoche, a volte persino sordide.

Significati completamente differenti hanno invece i tatuaggi nelle culture cosiddette "primitive". Motivo di riflessioni nuove c'è fornito dal bellissimo volume TAHITI TATTOOS di Gianpaolo Barbieri.

Cosa può spingere il più grande fotografo di moda italiana ad intraprendere una simile operazione ai limiti tra ricerca artistica ed etnografica?

Semplice: la ricerca della bellezza.

Stanco dell'artificialità dei set fotografici, in cui bisogna consumare rullini su rullini per ottenere una soddisfacente naturalezza da una modella professionista, Barbieri ha voluto allontanarsi da un tipo di bellezza ricercata con i trucchi del mestiere, con maquillages, vestiti e accessori.

Dopo quattro viaggi a Tahiti eccolo finalmente in possesso di qualcosa di veramente prezioso: una serie di ritratti in cui il sex-appeal è semplicemente a fior di pelle.

Il tatuaggio polinesiano non ha niente di segreto, è fatto per essere visto e sostituisce gli indumenti vestendo completamente il corpo.

Con il tatuaggio il corpo diventa segno, è il libro magico, iniziazione.

L'orrore dell'invecchiamento non esiste per gli abitanti di Tahiti, dato che i tatuaggi fanno del corpo e del viso vere e proprie opere d'arte per ispirare l'amore. Si ha un corpo-gioiello e poema, in cui il tatuaggio porta con sé un messaggio che esprime l'armonia dell'universo, cioè del Paradiso.

Eppure sorgono notevoli dubbi riguardo la correttezza dell'operazione di ritorno all'Eden operata da Barbieri, propria di tutti i rapporti col "primitivo" operati dalla cultura moderna.

Esiste il mito del ritorno ad un luogo originario per trovare qualcosa, un talismano in genere, con cui essere di nuovo presenti e attivi nel mondo. Ci troviamo dinanzi all'idea del viaggio alle origini, il viaggio nel tempo passato, del "primitivo" come perfezione.

Con l'Illuminismo il "primitivo" ha perso la sua valenza di "non perfetto" e "non civilizzato", per diventare qualcosa di positivo e quindi non bisognoso di civilizzazione.

È proprio dalla scoperta di Tahiti, nel 1768, che Bouganville e poi Jean Jacques Rousseau trassero il mito del "buon selvaggio" a causa dell' estrema ospitalità dei suoi abitanti.

Si vagheggiò il sogno delle virtù di un'esistenza integrata al naturale, in equilibrio con un mondo che la civiltà aveva corrotto.

Col tempo tutto ciò s'evolse nel pensiero Romantico, forse più congeniale al colonialismo, che i popoli "ai primordi" fossero in grado di produrre segni e opere di alto interesse, stimolanti e nuove. Il "primitivismo" oggi non ha più senso perché appare come una mitologia improponibile. Quella del ritorno a paradisi incontaminati che non esistono più.

Non esistono culture diverse o alternative ma soltanto la nostra industrializzata e non c'è Storia se non quella tramandata dalla nostra modema comunicazione.

Il libro di Barbieri è appunto un "media" che con l'ambiguità da catalogo etnografico ottocentesco pone il " passato sullo stesso piano del presente.

E' in pratica una "citazione" in cui è confuso il confine tra puro revival e le ragioni di sopravvivenza culturale.

Resta, comunque, il sospetto che una pubblicazione sui tahitiani abbia permesso un alibi per realizzare solo un libro gay di nudi maschili e che tutti i tatuati siano solo "selvaggi per un giorno". Strappati ai loro impieghi di camerieri negli hotels di Papeete o da dietro le bancarelle di ricordini fatti di conchiglie e plastica.

Alla fine dei conti, questo meraviglioso volume, è proprio come una palla di vetro con dentro la neve che cade lenta sulle palme... solo un bel souvenir!
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