Greta Garbo: "La Regina Cristina"

Divina creatura.

Bella, seducente, contenuta, di classe, seduttiva con riserbo e malizia appena accennata, esperta di pose, sguardi obliqui e languidi (ma rari) sorrisi, che trafiggono la mente e il cuore, e non lasciano riposare.

Una maniera di muoversi particolare, accattivante, misurata, composta. Quel modo di ritrarsi e offrirsi contemporaneamente, reclinando appena la testa e lasciando il collo scoperto...

Enigmatica come una sfinge, potente e volitiva. Questa è l'immagine che si ha ancora della divina per eccellenza del cinema di tutti i tempi: Greta Garbo.

Greta Garbo riuscì a trasformarsi presto da quella ragazzina un po' grassottella che era, in una donna piena di charme e di fascino, ammirata ed esaltata dalle folle di tutto il mondo. Tanto entusiasmo venne sapientemente guidato dalle case produttrici, che fecero di tutto per alimentare il mistero intorno alla diva: la Garbo non appariva mai in pubblico, girava con grandi occhiali neri, avvolta in cappottoni lunghi fino alla caviglia, per sfuggire agli occhi indiscreti dei curiosi.

Presto gli aggettivi con cui venne identificata furono "misteriosa" e "divina". Sullo schermo spiccano i suoi sguardi, i movimenti della testa, le espressioni: della Garbo, a differenza per esempio di Marilyn, viene esaltato soprattutto il volto, piuttosto che il corpo, forse un po' troppo mascolino.

Interpreta spesso la parte di donne fatali e travolgenti (La tentatrice, Anna Karenina, La donna divina, Il bacio, Mata Hari, Margherita Gauthier) provate dalla vita, che raramente si concedono a risate spensierate, tanto che quando in Ninotcka (1939) rise, la stampa di tutto il mondo celebrò l'evento.


Seduzione androgina

La regina Cristina è del 1933, il regista è Rouben Mamoulian.

Meno di un anno prima dell'uscita del film, Elisabeth Goldsmith pubblicò Christina of Sweden ("Una biografia psicologica"). La recensione di questo libro, ad opera di Lewis Gannett, riporta:


"l'unico amore duraturo della vita di Cristina fu per la contessa Ebba Sparre, una bella nobildonna svedese che perse molto del suo interesse per la regina quando Cristina cessò di governare la Svezia... le prove sono schiaccianti, ma la Garbo interpreterà questa Cristina?".


La Garbo naturalmente non fece una cosa simile, ma sullo schermo la collisione della sua sensibilità androgina con l'amore di Cristina per gli abiti e le occupazioni maschili diedero al film una certa dose di verità.


La versione di Mamoulian di La regina Cristina doveva essere molto meno glamorous di ciò che realizzò la Garbo con la sua recitazione.

La Garbo avrebbe anche sacrificato la sua immagine di star per perseguire il realismo, ma per farlo avrebbe dovuto avere un enorme potere sul suo regista e soprattutto sullo studio. Avrebbe voluto apparire con un gran naso e massicce mascoline sopracciglia. Si documentò e si fece portare un ritratto della regina.

Naturalmente, Mamoulian ignorò le attese degli svedesi, seguendo soprattutto le aspettative economiche del suo prodotto. Anche se lo studio diede direttive precise sul make-up, che sarebbe dovuto rimanere convenzionale, il ritratto che della regina fece la Garbo è distintamente androgino, principalmente per i suoi movimenti, la voce, e il comportamento.


La storia del film

La sequenza d'apertura stabilisce già quale sarà il destino di Cristina e il suo regno da bambina sulle orme dell'onnipresente defunto padre. Già nella scena dell'incoronazione, infatti, Cristina si comporta come un ragazzo, senza commozione apparente, con fermezza e molta forza di carattere.

La scena seguente mostra due uomini che cavalcano furiosamente in aperta campagna fino ad arrivare nel cortile interno del castello. Uno di loro smonta da cavallo e corre sulle scale accompagnato dai suoi due cani. Il cappello a larghe falde nasconde il viso finché non verrà tolto e mostrerà a sorpresa il volto della Garbo, non meno bella nella sua aria severa e nell'acconciatura molto sobria.

Attraverso tutta questa scena la Garbo mantiene la gestualità di un uomo. Il suo volto è fisso, privo di quei vezzi, quella mobilità che possiamo ritrovare in Grand Hotel (1932) o Mata Hari (1931).


L'enfasi in queste prime scene è proprio sull'aspetto mascolino della personalità di Cristina.

La regina ha un uomo come servitore personale: la sveglia ogni mattina, la veste, le fa indossare pantaloni e giacca, le infila gli stivali, la pettina mentre lei legge Molière. Quando il suo consigliere le ricorda che non potrà morire zitella, lei risponde prontamente "morirò scapolo".


Il desiderio malinconico di Cristina di sfuggire al suo destino (il matrimonio) e i suoi abili rifiuti di una serie di pretendenti vengono interrotti nella prima metà del film dall'incontro con la contessa Ebba Sparre. La breve scena in cui sono insieme è carica di sensualità e di vero affetto, la sola manifestazione di questo tipo nel film, fra la Garbo e un'altra donna.

Qui la Garbo lascia cadere le barriere emozionali. Quando Ebba irrompe nella camera della regina, le due donne si baciano appassionatamente sulla bocca. Ebba propone allegramente di andare a fare una gita in slitta, ma Cristina le risponde tristemente che il Parlamento aspetta e che si vedranno la sera.

"Oh, no, non ci vedremo!", brontola Ebba. "Tu sarai circondata da vecchi uomini ammuffiti e da vecchie scartoffie polverose e io non potrò stare vicina a te".

La regina le accarezza il viso con dolcezza e le promette che presto andranno insieme in campagna "per due giorni interi".


Cristina non perde mai la sua caratteristica androgina, ma il resto del film mostra la sua trasformazione: inizia a indossare abiti femminili, ma questo non comporta un cambiamento nei modi di fare. I

l punto di svolta nella metamorfosi di Cristina sta nella scena della locanda, nella quali lei, scambiata per un uomo, decide di continuare l'equivoco e dormire con l'ambasciatore spagnolo, Antonio.

Fino a questo punto, il personaggio di Cristina possiede tutte le qualità virili che Antonio ammira negli svedesi. Quando Cristina decide di passare la notte con lui (mentre lui crede che lei sia un uomo), lei si mette le mani tra i capelli, per il disappunto e la divertita preoccupazione. Sulle prime fa mostra di movimenti mascolini, togliendosi il cappello e lanciandolo con destrezza su un gancio alla parete. Ma sono già delle finzioni, dei movimenti caricaturali. E ancora Antonio non si accorge di trovarsi davanti ad una donna, e non un giovane uomo come supponeva.

Quando Cristina si spoglia, rimane con la camicia e i pantaloni, è ancora vestita da uomo, assume una gentilezza d'espressione, una posa molto seducente: solo allora, Antonio si accorgerà che Cristina è donna.


Questo è il vero momento di passaggio del film: da qui in poi Cristina diventa molto femminile davanti ai nostri occhi, semplicemente grazie alla postura del suo corpo, ai gesti. La Garbo, dopo la seduzione, dopo l'amore, andrà per la stanza toccando tutto: le pareti, le stoffe, il camino, ogni oggetto, per farli propri, per non dimenticarli mai, per non dimenticare quei giorni d'amore trascorsi come una donna normale e non una regina.

Con un'intraprendenza, anche nell'amore, che è maschile: per lo meno per i canoni hollywoodiani, la donna doveva essere sì seducente, ma comunque remissiva, passiva quasi, dolce e lussuriosa. E la Garbo non è dolce né lussuriosa, in questa scena.


Il regista, Mamoulian, tenta di trasformare Cristina/Greta in un personaggio di donna stereotipato. L'abdicazione di Cristina viene giustificata con un amore eterosessuale, l'amore per l'ambasciatore spagnolo, fatto che nella realtà storica è totalmente inesistente.

La Garbo continua però a tratteggiare il suo personaggio in modo che rimanga forte, deciso, volitivo: quando incontra Antonio a corte e gli rivela la sua identità, non fa nulla per tenere nascosta la loro relazione e continua a negare di voler sposare il cugino, eroe nazionale.

Affronta da sola e nel suo castello il popolo infuriato sobillato da un amante geloso, contro lo spagnolo. E quando deciderà di abdicare, lo farà incurante delle suppliche e dello scoramento dei dignitari e del popolo.

La troviamo severa, altera, alla scoperta del fatto che il suo sogno d'amore si è infranto miseramente a causa della morte di Antonio: ma continuerà il suo viaggio verso la Spagna. Memorabile l'ultima scena del film: uno zoom sul volto della Garbo, che non piange, un primo piano su di lei in piedi sulla nave, che guida il suo destino di donna rimasta con niente, né un regno né un futuro, ma solo il viaggio pieno di speranza nella terra del suo perduto amore.


Greta Garbo: una voce "quasi blu"

Fenomeni come l'incontro fra il filtro misterioso della Garbo e la testarda mascolinità di Cristina, quel tipo di fenomeni che producono qualcosa di più di quello che sta scritto nelle sceneggiature, accadono di rado.

Tutti gli elementi sopra descritti sono presenti nella sceneggiatura, ma l'ambiguità era un aspetto proprio dell'attrice: i movimenti bruschi, i gesti forzati delle mani, il tono della sua voce.


La Garbo fu una delle poche attrici dello star system che resistettero all'avvento del sonoro nel cinema. E questo proprio grazie alla sua voce.


Racconta l'attrice novantenne Lina Lattanzi, che è stata "la voce italiana" della Garbo:


"Greta Garbo aveva una voce profonda, grave con qualcosa di lontano, di nostalgico, ed era questa intonazione che mi sforzavo di imitare. Era una voce morbida e velata, evocatrice. Una voce duttile, che lei sapeva modulare in molte tonalità, a cui sapeva dare accenti duri e aspri nelle scene in cui si incolleriva, così come diventava freddo e implacabile il suo sguardo.

Quando rideva, ma era raro, la voce diventava di gola, come sfocata e si perdeva. Era impossibile imitare quella risata".


Per questo la voce di Greta Garbo fu definita "voce viola" o, come canta Elvis Costello nel celebre brano "Almost blue", una voce "quasi blu".
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titoloautorevotodata
La Regina CristinaVincenzo Patanè
17/07/2005

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