Amori gay nel Maghreb

3 maggio 2005

Il mio libro Arabi e noi - Amori gay nel Maghreb uscì nel febbraio 2002, quando ormai da qualche mese - ossia in particolare dall'11 settembre del 2001 - era particolarmente di moda parlare di temi inerenti l'islamismo.

Infatti subito dopo quella data fatidica in Italia - così come un po' in tutto il mondo - non c'è stata una sola libreria che non abbia esposto, magari con un pizzico di orgoglio, un angolino di libri sull'Islam, riesumati dagli scaffali più polverosi oppure scritti in fretta e furia, nel giro di pochi giorni, da esperti del settore. Nessuno di essi, però, se l'è sentita di affrontare un argomento tabù come quello dell'omosessualità nei paesi islamici, nei quali, notoriamente, pur negata con forza su un piano ufficiale, essa viene abbondantemente praticata sia fra la popolazione locale sia, in alcuni paesi, con gli occidentali, il più delle volte turisti che vanno là proprio per quello scopo.

In realtà, Arabi e noi è uscito in quei giorni per caso. Terminato nel giugno del 2001, il libro, nato grazie ad un'idea di Antonio Veneziani, ha dovuto subire i perniciosi effetti di snervanti traversie editoriali. Esso colma una vistosa lacuna, giacché in Italia non era mai stato scritto niente su quest'argomento, se si eccettuano alcuni articoli in proposito (ricordo i numerosi articoli su Babilonia di Gianni De Martino, il quale peraltro ha collaborato al libro) e qualche romanzo (come Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi), che l'hanno più o meno sfiorato.

In campo saggistico l'unico vero punto di riferimento è l'ottimo La cultura dell'harem - Erotismo e sessualità nel Maghreb di Malek Chebel (Bollati Boringhieri), che però solo marginalmente parla dell'omosessualità. Rimane poi vago nella memoria di qualcuno "Les arabes et nous", il celebre numero monografico del marzo 1973 di Recherches, la rivista diretta da Félix Guattari, alla quale collaborarono numerosi militanti del gruppo omosessuale Fhar e molte firme prestigiose (tra cui Genet, Foucault, Deleuze, Sartre e Hocquenghem), benchè poi gli articoli fossero tutti rigorosamente anonimi. Introvabile perché immediatamente sequestrato per oscenità (come del resto la traduzione pirata italiana, edita ad Amsterdam da una sedicente "Edizione del Sole nero"), la rivista prendeva in considerazione più che altro le abitudini sessuali dei beur, i francesi di origine maghrebina.

Arabi e noi - Amori gay nell'Islam è incentrato sul turismo omosessuale nel Maghreb (nel Marocco, in particolare, e nella Tunisia, visto che l'Algeria, squassata dalle lotte intestine, da anni è di fatto fuori dal normale circuito turistico), un fenomeno che interessa ogni anno migliaia di gay, tra cui numerosissimi italiani. Il Maghreb occupa sicuramente un posto di assoluto rilievo per questo particolare turismo, che contribuisce peraltro in misura non marginale alle entrate economiche di quei paesi. Coloro che partono lo fanno nella speranza di trovare qualche ragazzo che appaghi le proprie brame sessuali, complice magari l'endemica povertà di quei luoghi. E sognano di consumare i loro amori in fascinosi scenari, tra inebrianti profumi di cumino e oasi rigogliose di palmeti. Il discorso, dunque, non si esaurisce su un piano di mera ricerca del sesso, ma implica considerazioni che interessano l'immaginario occidentale, che da secoli identifica in quei luoghi - in una visione stereotipata, sostenuta anche da molti intellettuali - un insostituibile "Eden erotico", mecca gay per eccellenza.

Articolato in saggi e interviste, il libro chiarisce come sia nato questo stereotipo, come sia propagandato quasi ossessivamente da libri e film e cerca, in ultima analisi, di scoprire fino a che punto esso sia attendibile. In altre parole, quale sia la realtà che attende il turista in cerca di emozioni. Nello stesso tempo, è invito ad una conoscenza più approfondita di quei luoghi per i tanti che, del tutto ignari delle regole sociali indigene e magari seguendo il principio che col danaro si possa acquistare tutto, calpestano, spesso senza volerlo, le usanze del paese che li ospita.

Nel saggio "Il Maghreb, il fascino dell'Oriente & il sesso", ho ricostruito la storia di quel feeling particolare che lega quella parte dell'Africa settentrionale all'Europa, in particolare l'Italia, crocevia della civiltà mediterranea per la sua posizione e la particolare conformazione fisica. I prodromi sono identificati nel Seicento, per l'esattezzza nel Gran Tour, la prima palpabile manifestazione del desiderio dell'intellighenzia europea di approdare a civiltà più naturali, nelle quali non imperasse un'idea castrante del peccato; in seguito, nel secolo successivo, la traduzione de Le Mille e una notte da parte di Antoine Galland funse da catalizzatore al fenomeno dell'Orientalismo, che stregò l'Europa attraverso libri e dipinti. Da allora, molti continuano ad essere sedotti al pensiero di quell'universo sensuale ed eccitante, suggellato da harem e hammam, da schiavi e narghilé (e magari da lampade magiche e tapperi volanti...).

Si scopre, però, che fu solo a partire dall'inizio del Novecento, complici le esperienze e gli scritti di André Gide, che alcuni europei cominciarono ad andare in Maghreb per avere rapporti sessuali con ragazzi del luogo. Questo turismo sessuale, per decenni riservato solo a classi alte e ricche, trovò una straordinaria cassa di risonanza nella Tangeri degli anni Cinquanta; la città, allora di fatto indipendente, attirò come il miele per gli orsi Paul Bowles e gli scrittori della "Beat Generation", che se la spassarono con i ragazzi del luogo. Dagli anni Sessanta in poi il fenomeno, grazie anche agli hippy, diventò preda del turismo di massa. Si può dire che, nei fatti, il Maghreb si sia gradatamente sostituito al nostro Meridione (al quale, del resto, somiglia non poco) o, più in generale, al Sud dell'Europa, prima di allora posti privilegiati nella ricerca di civiltà più schiette e - perché no? - di amori facili. Da allora le cose sostanzialmente non sono cambiate e, benché molti, come la guida Spartacus, raccomandino di fare attenzione in quegli stati perché continue zaffate di integralismo mettono in pericolo gli occidentali, molti gay non si stancano di andare, e spesso di ritornare, nel Maghreb.

Nel saggio ho messo dunque a fuoco - senza moralismi né ipocrisie, e chiamando le cose col proprio nome - le dinamiche, sessuali ma non di rado anche affettive, che si vengono a creare fra gli occidentali e i ragazzi indigeni, che siano prezzolati o no. Sono proprio questi ragazzi, in fin dei conti, i veri protagonisti del testo, che affronta uno dopo l'altro le principali problematiche a loro legati: il rapporto di odio/amore che hanno nei confronti dell'Occidente, la prostituzione, il travestitismo, le abitudini sessuali, l'Aids. Oppure, ancora, le prevaricazioni sessuali alle quali spesso sono costretti, ancora bambini, dai maestri nelle scuole coraniche o da ragazzi più grandi di loro in seguito ed anche la maniera in cui coloro i quali sono omosessuali vivono in una società dove la "rispettabilità" pubblica è fondamentale.

A sostegno di quanto asserito nel saggio, intervengono 13 interviste a giovani marocchini e tunisini, interrogati sul terreno; interviste che, sia pure fra ovvie titubanze e reticenze, permettono di riflettere sul modo di vivere e sulle scelte dei ragazzi, in relazione alla propria cultura e al proprio punto di vista.

Formulato a più voci, Arabi e noi allarga in effetti i propri orizzonti a tutta la cultura islamica, con la quale il Magheb condivide, pur avendo sue specifiche peculiarità, moltissime affinità. Un dotto saggio di Gianni De Martino, Il velo e lo stendardo, definisce in maniera rigorosa e puntuale la concezione sessuale di quei paesi, nei quali la religione finisce quasi sempre con l'essere tutt'uno con la morale e la politica. E due interviste agli intellettuali algerini Malek Chebel e Khaled Fouad Allam, quest'ultimo docente all'Università di Trieste di "Sociologia del mondo musulmano" (e ormai collaboratore fisso del quotidiano la Repubblica); due studiosi che da anni risiedono in Occidente, capaci di offrire acuti contributi di sapore psicanalitico e sociologico.

Prendendo a prestito il tema del turismo sessuale (che di per sé non viene giudicato, ma solo preso in considerazione in qualità di "fatto"), Arabi e noi è dunque un tassello per comprendere più a fondo una civiltà, quella islamica, così affascinante pur nelle sue contraddizioni (o magari proprio per quelle) e tanto differente dalle società occidentali.

Da questo punto di vista il libro, come già detto, capita malgré lui al momento giusto. Attualmente, non ci sono certo buoni rapporti da l'Oriente e l'Occidente: mentre nel primo aumenta il livore verso chi non abbraccia la fede di Maometto, in Occidente sono in molti, minati nelle proprie sicurezze quotidiane, a fare di tutta l'erba un fascio, confondendo islamismo, integralismo, fondamentalismo e terrorismo, spesso scaricando così il proprio razzismo.

Parimenti, non è un momento positivo neanche per quanto riguarda l'omosessualità nei paesi musulmani, in molti dei quali appare vistosa una recrudescenza repressiva, frutto di posizioni sempre più omofobe. Senza dimenticare le brutali esecuzioni in Arabia Saudita, non possono non fare riflettere quanto avvenuto in tempi recenti in Egitto. Nel maggio del 2001 in una discoteca gay galleggiante sul Nilo al Cairo, dove si ballava festosamente, una retata della polizia portò all'arresto di 52 persone. Queste, imprigionate e malmenate, con i nomi e le foto messe alla berlina sui giornali furono il bersaglio (e il capro espiatorio) di un processo vissuto con toni esasperati, che volevano far ben capire come in Egitto non ci sia posto per cose di quel genere. Un processo che portò alla condanna di 29 persone, fra le quali un ragazzo di 16 anni, a lavori forzati per periodi da uno a tre anni.

L'Islam, insomma, non vuol proprio sentire parlare di omosessualità, vista come un qualcosa di immorale, un prodotto delle molli e corrotte società occidentali. Domina dunque il silenzio, come provato dal convegno torinese del gennaio 2001 sul tema "Islam e mondo gay", coordinato da Gianni Vattimo, nel quale, al di là di qualche interessante considerazione che scaturì dal dibattito, colpì negativamente l'assenza di reali interlocutori arabi.

Arabi e noi vuole infrangere questo silenzio, per fortuna scosso dai sempre più numerosi siti Internet (presi in considerazione nel libro) di islamici che vivono in Occidente, i quali cercano di conciliare il credo musulmano con la propria omosessualità. Essi sperano (tanto la speranza non costa nulla...) che un giorno l'omosessualità non venga più criminalizzata nei paesi musulmani e che fra queste due civiltà riesca alfine a trionfare un rispetto reciproco.

Il libro vuole, nello stesso tempo, essere un invito a viaggiare con una diversa coscienza. Cosa che però non significa certo lasciare a casa lo spirito di avventura, anzi. Perché, come ha detto Georges Lapassade: "Se visitate il Magheb senza cercarvi l'avventura non vedrete niente della realtà. Per scoprirla e farla uscire dall'ombra bisogna mettere in gioco il proprio corpo e il lavoro del desiderio".
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titoloautorevotodata
Gay e IslamVari03/05/2005

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