Flâneur, Il

Vagabondo senza meta, aria malinconica e svagata, il flaneur è una figura tipicamente parigina, perché Parigi sembra fatta apposta per essere visitata da soli, dove l'andatura da passeggio permette di cogliere la straordinaria ricchezza dei particolari. Tra i più illustri flaneur che hanno descritto Parigi a partire dalle loro passeggiate solitarie, sono da ricordare almeno Charles Baudelaire (per lui un giro nel paesaggio urbano è sempre un'immersione nella folla "come in un immenso ricettacolo di elettricità") e Walter Benjamin, che su questo particolare modo di attraversare la città ha scritto pagine illuminanti.

In 15 anni di vita parigina, dal 1983 al 1998, anche l'americano Edmund White ha vissuto l'esperienza del flâneur e ce la racconta in questo libro che è una personale guida alla città, una narrazione autobiografica, un repertorio di curiosità, ma anche un continuo confronto tra cultura francese e cultura americana.

A Saint-Germain White rievoca l'atmosfera mitica degli anni intorno alla seconda guerra mondiale, quando tra gli abitanti del famoso quartiere c'erano Sartre e Simone de Beauvoir e i giovani erano esistenzialisti ("il che per lo più significava avere un'aria molto afflitta, girare con una copia dell'Essere e il nulla sottobraccio, ascoltare le canzoni di Juliette Greco e bere molti cognac").

Oggi Saint Germain è meno interessante, ma scendendo per rue Bonaparte fino al Palais Royal si può provare l'emozione di trovarsi improvvisamente immersi nel mondo di Colette e di Cocteau.

Poco interessato alla Parigi imponente di Napoleone III e del barone Haussmann, il nostro flaneur preferisce passeggiare dove pulsa la vita della Parigi multiculturale, a Belleville e a Barbès, i quartieri brulicanti di arabi, di asiatici e di neri che fondono le rispettive culture in nuovi ibridi.

Ed eccoci così al quartiere arabo di rue de la Goutte d'Or, dove si rievoca la storica manifestazione per i diritti degli immigrati arabi dei primi anni Settanta con la partecipazione di Genet e Foucault, all'Institut du Monde Arabe, dove White ricorda una sua conferenza su Jean Genet e i palestinesi o alla Mosquée de Paris.

La proverbiale indifferenza francese verso il colore della pelle e il mito di Parigi capitale dell'uguaglianza razziale spinge White alla ricerca delle tracce degli afroamericani a Parigi (da Sidney Bechet a Joséphine Baker, da James Baldwin a Richard Wright).

Si gironzola poi per il ghetto ebraico del Marais, si visita il Musée Nissim de Camondo, da cui si prende spunto per una divagazione sulla malinconica storia della famiglia Camondo e poi altri musei, piccoli e strani fino ai due prediletti da White: l'Hotel de Lauzun sul quai d'Anjou (dove si radunava un gruppo di artisti consumatori di hashish, di cui facevano parte Balzac, Gautier, Baudelaire, Manet, ospiti del pittore Fernand Boissard, che viveva di rendita nel sontuoso piano signorile) e lo stravagante "Musée Gustave Moreau" con i suoi sorprendenti efebi masochisti.

Il passeggiatore solitario può ovviamente essere etero o omo, ma un'estensione dell'intima natura del flaneur, precisa White, è essere gay e rimorchiare, e le passeggiate di un gay non sono mai solamente estetica flanerie.

Così lo scrittore ci racconta le sue prime battute parigine lungo la Senna nei pressi della stazione di Austerlitz, oppure nel minuscolo parco in fondo all'Ile Saint-Louis dove

"quando i bateaux mouches giravano attorno all'isola, i loro riflettori erano così accecanti che dovevamo staccarci e cercare di rassettarci in fretta e furia".

"Naturalmente", aggiunge White, "molte persone, eterosessuali e gay, pensano che l'atto del rimorchiare sia patetico o sordido... ma, per quel che mi riguarda, ho trascorso alcuni dei miei momenti più felici facendo l'amore con un estraneo accanto all'acqua scura e veloce sotto una città sfolgorante".

Tutto il libro è un atto d'amore per Parigi, ma non mancano delle prese di distanza.

Innanzitutto non piace a White l'illimitata sottomissione alle mode:

"non esiste nulla di più definitivo o terribile del modo in cui un parigino sibila le parole: "C'est fini! ça? c'est depassé, c'est demodé".

Perfino i bambini lo dicono con feroce sicurezza".

Un altro rimprovero che White muove, in particolare agli intellettuali, è il rifiuto presente ancora nella maggior parte degli scrittori e degli artisti gay, di una specifica identità gay.

È un paradosso dello spirito francese, estremamente rispettoso e aperto all'esperienza individuale, ma contrario ad ogni comunitarismo basato su una simile esperienza; ma il rifiuto della specificità gay, in nome dell'umana uguaglianza può avere, commenta White, risvolti molto drammatici (come è successo negli anni Ottanta con la diffusione dell'Aids che ha trovato la Francia proprio per questo particolarmente vulnerabile).

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