Una città senza baseball, un baseball senza inibizioni

12 novembre 2013

Questo primo film del regista Danny Chen Wan Cheung, in arte Scud – che in realtà si occupa di sceneggiatura e montaggio lasciando la direzione delle riprese al più esperto Ah Mon – nacque dall’idea di girare un documentario sulla squadra di baseball di Hong Kong (come dire la squadra di bob della Giamaica). Scud optò poi per un film di fiction nel momento in cui i giocatori si rivelarono capaci di recitare, oltreché molto fotogenici. Sono infatti loro a interpretare se stessi sullo schermo, rimettendo in scena le proprie esperienze professionali e personali. Sugli altri spiccano Jose, il capitano gay; Chung, l’atleta più in vista (e più concupito) della squadra; e il diciannovenne Ron, il pitcher più giovane, meno socievole e di conseguenza meno amato dai colleghi.

A dire il vero Scud non sembra essere molto interessato al lato agonistico della vicenda: se una venerazione può avere per lo sport, si direbbe legata solamente al fatto che dà belle forme a giovani corpi maschili che la macchina da presa può immortalare. Considerato che le attrici di Hong Kong piangono quando si chiede loro di mostrare le spalle (a raccontarlo è lo stesso Scud), si comprende poi perché al regista piaccia tanto indugiare sul nudo, per gusto di provocazione e per svecchiare il cinema nazionale. Nelle interviste accampa inoltre il pretesto che nudo e arte storicamente condividono una lunga convivenza: nella storia della cultura gay questa l’abbiamo sentita tante volte, ma Scud non se ne serve per sublimare più terrene inclinazioni personali, di cui non ha mai fatto mistero, né dà l’impressione di sovrabbondare in modo gratuito. Semmai destano qualche perplessità l’estrema ristrettezza del repertorio di ciò che considera bello e una certa condiscendenza verso forme di enfasi (come il rallentato) che al gusto dello spettatore occidentale possono solo sembrare di un kitsch un po’ datato. Ma diverte il narcisismo con cui, in un paese così pudibondo, i giocatori di baseball di Hong Kong accettano senza remore di esibirsi senza veli davanti alla macchina da presa, scherzando sulle intenzioni del regista già nella prima sequenza sotto la doccia:

- Ho sentito dire che un regista vuole girare un film su di noi.

- Che tipo di film?

- Un film sul baseball, ovviamente. Che altro?

- Stai scherzando?

- A chi può interessare un film sul baseball a Hong Kong?

- Ci crederei se fosse un porno.

- Oh, sì!

Rispetto alle vicende prettamente sportive è decisamente maggiore la cura riservata al piano privato dei rapporti tra i personaggi, che si risolve in sostanza in un groviglio sentimentale al cui centro ritroviamo Chung, del quale finiscono con l’innamorarsi sia la fidanzata di Ron sia Ron stesso, anche se il tanto desiderato atleta alla fine sembrerà preferire una ragazza che fa il becchino e ha tendenze suicide. Respinto e poco consolato dai consigli di Jose, anche Ron dovrà affrontare il lutto conseguente al suicidio del suo migliore amico, un ragazzo omosessuale di cui non aveva saputo percepire il disagio.

Come nei successivi film di Scud, pur non mancando una certa ironia e qualche tocco leggero, ad avere la meglio è una versione disincantata e un po’ funerea del melodramma, dove la ricerca dell’amore è perennemente rilanciata nonostante risulti sempre frustrata e spesso condannata già sulla carta (tipica la situazione del gay che si innamora dell’etero). E immagino non sia un caso che per accompagnare il film sia stata scelta una colonna sonora pop composta rigorosamente da brani di cantanti prematuramente scomparsi, dato che si tiene a rimarcarlo mettendo nomi e date di nascita e di morte sullo schermo in coincidenza di ogni pezzo. Ma nell’insieme queste venature malinconiche rispecchiano una personale visione della vita con una sincerità e una trasparenza pari almeno al piacere mostrato nella contemplazione del corpo maschile giovane e atletico.

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