It's not where you come from, it's where you belong

7 maggio 2014

In tempi in cui la televisione vuole spesso essere più cinematografica del cinema, la squadra di The Fosters ha scelto di dar vita a un prodotto caparbiamente televisivo e-non-un-piano-sequenza-di-più: ad averla creata e scritta è Peter Paige, colui che diede corpo e voce all’Emmett di Queer As Folk USA; la sigla è un po’ anni Novanta, mancano soltanto i primi piani sorridenti dei membri del cast; cast che è perfetto per il piccolo schermo – si rivede la bravissima Teri Polo in un ruolo da protagonista, e partecipano anche attori cari al pubblico gay come Annie Potts, Rosie O’Donnell e Scott Lowell – mentre sceneggiatura e recitazione sono quanto di più prevedibile (ma tecnicamente ineccepibile) si possa immaginare.

È una serie per famiglie, con una famiglia come protagonista, va in onda su ABC Family. È una serie che non può far altro che tendere a essere politicamente corretta: la coppia protagonista si compone di una femme nera (ma nera fino a un certo punto) e d’una bianca butch (ma butch fino a un certo punto). Anzi, la butch è anche lesbica fino a un certo punto: è stata sposata con un uomo, con il quale ancora lavora e ha mantenuto rapporti incredibilmente idilliaci, e dal quale ha ovviamente avuto un figlio. Figlio che si è portata dietro dopo il divorzio: con la femme ha poi adottato due fratellini latino-americani ed è in procinto di adottarne altri due, di cui una entra ed esce dal riformatorio. C’è di più: non contenta di averne già cinque, la femme nera decide che vuole provare l’esperienza della gravidanza prima che la menopausa colpisca. In pieno stile soap-operistico, i drammi sono mille e uno ma sono drammi fino a un certo punto: il massimo dello choc sono una fuitina d’amore talmente sfigata che le mamme rintracciano i due latitanti dopo neanche un giorno, o la consueta pallottola-cliffhanger di metà stagione che – lo sappiamo tutti benissimo – non si rivelerà mortale.

Fatte queste opportune precisazioni, va senz’altro lodata l’abilità di Paige e degli altri sceneggiatori nel riuscire a inserire in ogni episodio un elemento sovversivo, magari anche solo timidamente, in modo da sfruttare i tòpoi del dramma familiar-adolescenziale per giungere a conclusioni non sempre pacifiche e cerchiobottiste. Per fare un esempio: il padre della butch non ha mai accettato pienamente l’omosessualità della figlia e, quando la questione viene sollevata, sembra partire il trito copione “padre manda figlia dal prete/psicologo, prete/psicologo dice a figlia di cercare di capire le ragioni paterne, figlia in lacrime chiede perdono a padre, padre in lacrime accetta figlia, tutti hanno ragione, volemose bbène in primissimo piano”. In The Fosters questo non succede: il prete viene preso a male parole, poi la butch respinge i tentativi di repressione da parte del padre, non lo invita al matrimonio con la femme, non rinuncia a segnalarne i limiti e l’ignoranza nemmeno dopo la sua improvvisa morte, non si dimostra ecumenica ma piuttosto consapevole e padrona di sé. Un altro esempio: uno dei ragazzi che una Rosie O’Donnell particolarmente in forma tenta di salvare dal riformatorio è trans FtM, per giunta interpretato da un attore davvero transgender. Ed è un personaggio non immediatamente simpatico, né inserito al solo scopo di suscitare comprensione o compassione. Per una serie in cui a trionfare sono, in fin dei conti, i buoni sentimenti… be’, è già qualcosa.

La vera novità è però Jude, il più giovane dei due ragazzi che la coppia sta per accogliere tra le mura di casa. Anche nelle serie televisive scritte da omosessuali e rivolte a un pubblico prevalentemente omosessuale si avverte una certa ansia di assumere un atteggiamento difensivo e di indorare la pillola, quando si parla di bambini e adozioni: bisogna dire che due mamme o due papà saranno senz’altro genitori più bravi e più ricchi, che la prole non diventerà gay per osmosi, e via così. Come già in Six Feet Under e Ugly Betty, anche in The Fosters sembra esserci un po’ più di coraggio nell’affrontare l’argomento, anche dato che – particolare non trascurabile – Jude non è ancora teenager quando ci viene inequivocabilmente detto che è omosessuale. Il bambino è stato vittima di violenza da parte di una delle precedenti famiglie adottive perché amava indossare vestiti da donna, e in un paio di episodi lo vediamo applicarsi dello smalto blu sulle unghie delle mani. L’inevitabile episodio sul bullismo tra i banchi di scuola presenta una o due variazioni sul tema che lo rendono gradevole. Col totale sostegno delle due madri adottive, poi, Jude stringe un’amicizia sempre più affettuosa col compagno di classe Connor, di cui confida di essere innamorato nell’episodio finale della prima stagione. La sicurezza delle proprie idee non ha impedito agli sceneggiatori di tratteggiare Jude con grazia e misura, e il giovanissimo Hayden Byerly lo interpreta con incredibile maturità.

Altri elementi rinfrancanti, sebbene non proprio inediti neppure per una serie americana e di questo genere, sono l’agnosticismo e lo spirito anti-religioso che aleggiano: niente preghiere, niente dèi e niente chiesa la domenica mattina. Anzi, quando uno dei figli adottivi annuncia di voler passare un finesettimana in un campeggio cristiano, le madri vanno su tutte le furie e si tranquillizzano soltanto quando si scopre che il figlio vuole andarci per poter copulare indisturbato con la fidanzata.

Ai patiti delle icone gay ab und zu farà piacere sapere che Jennifer Lopez è produttrice esecutiva della serie e si è quindi improvvisata paladina del matrimonio egualitario. Inutile dire che, dall’altra parte della barricata, le solite associazioni di madri sfiorite e boy scout astinenti hanno avviato le solite raccolte di firme per preservare l’innocenza dei loro pargoli e cadetti: il magistrale sviluppo del personaggio di Jude è la risposta migliore a queste infelici rimostranze puritane.

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