Gay Plays. Quattro esempi di teatro omosessale [1925-1989].

28 settembre 2008

Questa raccolta propone due copioni teatrali di autore inglese (Prigionieri di guerra (The prisoners of war, 1925) di Joe Ackerley) e Onore? (Quaint hounour, 1958) di Roger Gellert) e due di autore statunitense (Di passaggio (Passing by, 1984) di Martin Sherman, e Ronde bis (Ronde 2, 1989) di Eric Bentley).

La scelta, a cura di Masolino D'Amico, è buona: unici aspetti che non convincono al 100% sono le traduzioni a tratti tirate via, forse per scarsa comprensione dei doppi sensi gergali (alcune frasi non hanno semplicemente senso, in italiano), nonché qualche refusino di troppo.


Ma vediamo i testi uno per uno.


Del primo va detto che è un'opera che ha valore fondamentalmente storico, dato che definirla "gay" richiede una buona dose di conoscenze delle convenzioni teatrali di un secolo fa, per le quali il tema omosessuale era semplicemente tabù, e al più poteva essere semplicemente introdotto come allusione al fatto che al personaggio principale "non piacciono molto le donne".

Il lettore deve comprendere questa allusione e decifrare di conseguenza i comportamenti, talora bizzarri se non si tiene conto di questo dato, dei personaggi.

La storia è basata sull'esperienza personale di Ackerley, che ferito e fatto prigioniero nella Prima guerra mondiale ottenne di terminare la convalescenza da internato in Svizzera. Ed anche questa pièce è ambientata nello stesso luogo e situazione.

Le notevoli tensioni createsi in questo ambiente claustrofobico di prigionieri, che sognano solo l'impossibile rimpatrio, sono esasperate dal fatto che il personaggio autobiografico del capitando Conrad è innamorato del più giovane sottotenente Grayle. S

e la preferenza abbia mai trasceso l'aspetto spirituale non è ovviamente dato sapere, ma il giovane e ciarliero (ed eterosessuale) Grayle si lascia sedurre anche dalle attenzioni del capitano Rickman, sulle cui tendenze sessuali è gettata qualche allusione verso la fine della vicenda.

Conrad, impossibilitato a condividere con gli altri ciò che lo logora e cruccia, si chiude per quanto possibile in se stesso, e così facendo peggiora la situazione.

Alla fine opterà per una fuga.. nella pazzia, convinto del fatto che solo una pianta di azalee potrà ricevere le sue attenzioni senza né tradirlo né, soprattutto, disprezzarlo.

L'apprezzamento dell'intera vicenda si basa sulla capacità di percepire il desiderio inespresso e proibito, ed all'epoca anche molto illegale e criminale, del povero Conrad, ma esso è espresso solo in filigrana -- anche se, bisogna dire, in modo molto audace per quelli che erano i limiti della severissima censura dell'epoca.

Anzi dirò di più: la tensione drammatica si basa proprio sull'impossibilità del protagonista di sfuggire al proprio destino, esattamente come in una tragedia greca, dato che più Conrad cerca di vivere per conto proprio per evitare di mettere in discussione le credenze della maggioranza, e più suscita l'antipatia e l'aggressività dei compagni di prigionia...

Eppure Conrad sa - e non ha scelta - che farebbero ancora di peggio se si aprisse a loro e condividesse la sua vita, come loro pretendono ed esigono con arroganza.

Ecco, se non altro quest'opera ci racconta cosa significasse amare una persona del proprio sesso in un contesto, quello passato, in cui questo amore era semplicemente in-concepibile.

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Ed alla capacità di comprendere il passato si deve affidare il lettore anche per la seconda opera, Onore?, che risale al 1958.

La vicenda è ambientata in un college inglese, e vede protagonisti quasi solo i ragazzi, con l'eccezione del direttore del convitto.

Gli studenti sembrano darsi un gran da fare a sperimentare gli uni con gli altri la loro sessualità, e la tesi dell'autore è che in fondo non fanno nulla di male. Se male accade è solo perché qualcuno di loro, o la società in genere, si assume il ruolo di censore e di moralista, creando tragedie laddove, lasciati a se stessi, i ragazzi sarebbero semplicemente felici ed appagati, e una volta adulti lascerebbero dietro di sé quelle sperimentazioni e diventerebbero cittadini normali (e qui o un po' s'illudeva, o stava solo tirando l'acqua al suo mulino).

A tratti il fine polemico prende un poco la mano all'autore, come laddove mette considerazioni filosofiche degne di un dottore anziano di filosofia in bocca a un ragazzino quattordicenne, che discetta sul diritto a scegliere liberamente dell'uso del proprio corpo, anche a dispetto del proprio amante che male fa a pensare di "possederlo" solo perché il più giovane ha apprezzato l'aspetto sessuale della loro relazione.

Ma l'autodifesa del "seduttore" davanti al direttore - che grazie ad una "spiata" di uno studente bigotto ha scoperto la tresca - è ancora oggi un ottimo testo, riuscitissimo ed appassionato, sul diritto alla felicità e contro le pretese della morale di stabilire una misura uguale per tutti di comportamento, anche quando non ne viene alcun vantaggio alla società.

Certo nel 1958 questi discorsi portavano con sé un'aura sulfurea di sfacciataggine e immoralità che oggi non percepiamo più, mentre al contrario oggi siamo un attimino più scioccati dall'aspetto intergenerazionale del rapporto (un maggiorenne con un minorenne, però all'epoca erano entrambi ampiamente minorenni).

Ciononostante la pièce ha retto benissimo al passare degli anni, e alla rivoluzione dell'atteggiamento sociale verso i comportamenti omosessuali, grazie al suo ritmo veloce, al tono ironico e divertente (e un tantino camp) di una parte dei dialoghi, alla capacità di maneggiare gli aspetti paradossali senza esagerare, ed anche per l'interesse delle considerazioni proposte dai protagonisti.

Io l'ho letta con piacere.

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Di passaggio
ci catapulta a dopo la rivoluzione gay, quando l'omosessualità era riuscita a "dire il proprio nome".

E si vede. Quest'opera non ha più l'ossessione di dover dimostrare qualcosa, ma vuole solo, per la prima volta, mostrare.

Anche qui, abituati come siamo oggi alla presenza di personaggi gay perfino nelle telenovelas, occorre pensare al contesto dell'epoca in cui fu scritta l'opera. Hollywood stava iniziando solo allora ad uscire dalle proibizioni del Codice Hays, che proibivano di mostrare a qualsiasi titolo un personaggio omosessuale nei film.

Gli omosessuali erano quindi allora presenze esotiche e totalmente nuove, e creare una pièce come questa basata interamente sul fatto di mostrare l'interazione fra due omosessuali era allora una scelta "militante" e politica. Nonché audace e perfino po' scioccante.

Da qui nascono alcune ingenuità e alcuni punti un po' deboli della commedia, dato che oggi come oggi vedere due personaggi gay interagire non ci crea più il minimo fremito, né di disgusto, né di eccitazione.

Si aggiunga poi che quest'opera ritrae la situazione pre-Aids nella quale, per mostrare accanto alle gioie della relazione omosessuale anche i dolori, l'autore non trova di meglio se non fare ammalare di "itterizia" (epatite) i due amanti.

I quali però ne guariscono eccetera eccetera.

Purtroppo dopo la crisi dell'Aids e dopo Angels in America questo piccolo "dramma" ci fa solo sorridere, se non commentare: "Come eravamo in-nocenti, allora!".

A parte questo limite involontario, però, quest'opera è comunque interessante per il modo in cui ci restituisce un clima e un periodo: non solo quello che viene descritto attorno a due amanti e alla loro difficoltà di imparare a gestire la novità di un inatteso e non cercato innamoramento, ma anche il clima "militante" ed off-off-Broadway che prese inizio da opere teatrali semplici e per qualche verso ingenue come questa, per arrivare ai fasti cinematografici e televisivi che oggi conosciamo.

La situazione attuale non s'è creata per caso, bensì per lo sforzo di un'intera generazione di commediografi militanti, dei quali Sherman è stato solo l'esponente più celebre (grazie a Bent) ma che ha coinvolto decine e decine di altri autori. Perfino in Italia, anche se questo aspetto è stato oggi rimosso dalla nostra memoria: basti pensare a La traviata Norma, che è del 1977.

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Per finire, lo smaliziato Ronde bis si basa su un'idea semplicissima e non necessariamente inedita, ma svolta con maestria e abilità narrativa.

Il testo mette infatti in scena sequenzialmente una catena di omosessuali intenti a sedursi l'un l'altro, e l'uno dopo l'altro, con strategie in cui i proclami di fedeltà, le promesse di amore, la dichiarazione della ricerca d'amore, sono tutte spese con enorme generosità... salvo poi essere smentite immediatamente dopo: il neofidanzato, e il monogamo di ferro, si affrettano a far sesso col personaggio successivo, e così via fino a che la "ronda" sarà completa e l'ultimo non finirà a letto col primo della serie. L'anello si chiude, e la ronda può ripartire per un nuovo giro.

C'è in questa commedia uno sguardo benevolmente critico verso certe strategie del mondo gay, ancora incapace di liberarsi dall'ipocrisia vecchia (il professionista dalla doppia vita) ma che già si fa carico di ipocrisie nuove (la coppia gay "sposata" e assolutamente monogamica, in cui però entrambi gli "sposi" hanno relazione extraconiugali).

Tutti, a loro modo, sono alla ricerca di qualcosa che sanno di non poter trovare, perché una strategia di seduzione è una semplice strategia, e quel che promette o dichiara e giura un uomo in preda alla foia non vale nemmeno il fiato che ha speso per dichiararlo.

La critica dell'autore è piuttosto graffiante - segno questo del superamento della sindrome della "fortezza assediata" da cui avevamo preso le mosse - ma mai pesante.

Bentley ci mostra i suoi personaggi mentre mentono sfacciatamente, e noi che abbiamo visto le promesse giurate nel round precedente notiamo immediatamente quanto false siano quelle del round successivo.

Ma al tempo stesso prova simpatia per loro, e per la loro insoddisfatta ricerca di quiete, di amore, della fine della frenesia di un mondo in cui il sesso rischiava di passare prima e sopra qualsiasi altra cosa.

Non che oggi le cose siano cambiate moltissimo... ma questa solo è una ragione di più per divertirsi a leggere questo testo.

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