La gaia musa

29 novembre 2013

L’interesse del libro risiede tutto nel fatto di essere venuto prima di altri. La gaia musa spilla infatti dall’affermazione di sparute voci militanti che gradualmente sono emerse con il movimento di liberazione gay negli anni Settanta e cerca allo stesso tempo di ricostruire una storia del cinema gay e di fare il punto sulla situazione, senza sconfinare dall’osservatorio italiano (e cioè considerando solo quanto è circolato nel nostro paese). Dal momento che la critica italiana (come sintetizza il primo capitoletto) era ancora spiccatamente omofoba, il testo conserva un suo valore documentale, pur riducendosi di fatto a una collezione di opinioni critiche soggettive e complessivamente poco strutturate (alcuni capitoli sono discorsivi, altri fatti per schede; alcuni si esauriscono in tre paginette, altri vanno più per le lunghe). Nonostante ciò, si ambisce a offrire una mappatura delle varie forme che la rappresentazione dell’omosessualità ha assunto nel cinema, dall’amicizia maschile al travestitismo, dalle macchiette comiche alle nuove proposte dell’underground americano. Questo concesso, il libro non può vantare né l'ampiezza di quello di Vito Russo, che gli farà seguito, né la personalità esuberante di quello di Parker Tyler, che lo aveva preceduto, né infine alcuno sforzo di completezza, giacché si limita a inventariare un numero piuttosto esiguo di film, nella sostanza quelli visti dai due autori al cinema negli anni, senza dare l’impressione di aver fatto un gran sforzo di ricerca per colmare le lacune.

Occorre dunque accostarlo con l’occhio puntato sulla prospettiva storica. Ad esempio, le pagine finali dedicate a Visconti possono interessare per lo sforzo di esprimere un giudizio positivo delle sue rappresentazioni (quantomeno delle ultime, giacché ciò che precede la trilogia tedesca viene rimosso), il che non è indifferente se si considera come lungo gli anni Settanta la critica legata al movimento gay lo avesse ripudiato. Una sorta di “riabilitazione”, a titolo personale, pur basata su una grande ingenuità di valutazione (soprattutto nel caso de La caduta degli dei) e anche su un certo grado di disinformazione.

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