Venezia sconta. Finalmente si parla anche di turismo e scandali gay.

Prosegue il trend per cui Venezia, non sapendo neppure cosa voglia dire la parola "futuro" e no savendo gnente della parola "presente", vive fondamentalmente del suo passato, ergendosi a monito per tutte le città italiane su cosa succeda a consegnarsi, mani e piedi legati, ai bottegai, e alla loro mentalità al tempo stesso avida e ottusa.

Venezia sconta ("Venezia nascosta" in dialetto) esce sulla scia d'una serie di altri libri che rievocano i tempi in cui Venezia possedeva ancora una popolazione ed aveva quindi ancora vita umana diversa dai gatti randagi, dai bottegai e dai turisti alla ricerca dei ricordini Made in China. E non parlo solo del fatto che esistessero dei cinema, o dei locali notturni, o di qualsiasi altra cosa che non fossero negozi di ricordini in vetro prodotti in Cina, ma del fatto che in questa città, una volta, esisteva perfino della gente che aveva voglia di divertirsi (provate a divertirvi oggi in questo immenso cimitero, dove il tentativo d'un privato di lanciare un "Museo dell'erotismo", aperto anche alla sera a differenza di tutto il resto, è stato sabotato dal sindaco "di sinistra" su istanza del Patriarca).


Il libro, che ho comprato all'edicola della stazione ferroviaria durante la mia ultima visita alla città, prende male l'avvio, dato che sembrerebbe la solita rievocazione nostalgica dei tempi in cui esistevano i casini, ma per fortuna si ripiglia immediatamente e abbandonato il tono alla Amarcord, inizia una rapida quanto gustosa carrellata della gestione della prostituzione nei secoli della Repubblica, divulgando il tesoro dell'insuperabile trattato Leggi e memorie venete sulla prostituzione fino alla caduta della Repubblica (1870-1877, in tre volumi), esaustivo ma inaccessibile al grande pubblico, anche per la sua estrema rarità (fu tirato in 150 esemplari).

Questo è il pregio e assieme il limite del libro: l'autore ha scelto di piluccarvi aneddoti curiosi e divertenti, mirando a intrattenere il lettore, a scapito del rigore scientifico e storico dell'opera, che infatti non usa note e neppure elenca le fonti, che pure esistono, come rivela l'elenco di titoli piazzato in calce al volumetto. Ma per il lettore medio, magari foresto, a cui si rivolge l'autore (preoccupandosi per lui/lei di tradurre in italiano tutte le frasi in dialetto) l'assenza di note è magari un pregio e non un difetto.


Dell'Orso scrive la sua storia attraverso una serie di aneddoti curiosi e divertenti, con una scelta felice d'argomenti che spaziano dal vano tentativo compiuto dalla Serenissima per concentrare in un luogo unico il meretricio, alla figura delle cortigiane a partire da Veronica Franco, alla bizzarra "prova di virilità" imposta a Vincenzo Gonzaga nel 1583, fino alle conseguenze della caduta della Repubblica. E qui siamo solo a p. 77, e il libro non finisce bensì introduce (alle. pp. 77-108) un tema spesso dimenticato nelle storie dell'erotismo: il turismo omosessuale nella Venezia dei secoli XIX e XX.

Ora, assieme a Napoli, Venezia fu una delle due (prima che si aggiungessero Capri e Taormina) mete italiane principali di questo tipo di turismo, che nel XIX secolo era riservato a molto pochi e molto ricchi. Dell'Orso compie un tentativo commendevole di darne conto, e gli va dato atto d'essersi sforzato d'essere obiettivo e scevro da preconcetti nel parlarne. Perfino il linguaggio è gradevolemente privo, salvo giusto una scivolata o due, di quei mostri linguistici omofobici ("invertiti" "terzo sesso" "deviati" "turpi individui" e simili) che di solito infestano le opere di "storia piccante locale".

Ciononostante si vede che la sua conoscenza del tema è un po' di terza mano, e il capitolo suona un po' come un diligente compito d'uno scolaretto, basandosi fondamentalmente su quanto già noto a partire dalle biografie di John Addington Symonds, e Frederick Rolfe, senza aggiungere nulla che sia frutto di ricerca originale (a Dell'Orso sembrerebbero ignote perfino le Venice letters di Rolfe, che sono una miniera di aneddoti sul costume della Venezia gaya del 1900).

Lo stesso dicasi per il paragrafo seguente, dedicato alla "gaya brigata" dei turisti gay a cavallo dei due secoli, che fondamentalmente si limita ad un'elencazione dei nomi di quante/i fra i turisti della Belle époque ebbero gusti omosessuali, da Winnaretta Singer, con la sua cerchia d'intellettuali e artisti molti dei quali omosessuali, a Cole Porter, al fotografo Adolphe de Meyer (la cui moglie era amante della Singer) e poi dopo l'ultima guerra Tennessee Williams, Truman Capote, Samuel Barber e Paul Cadmus. Anche qui, a parte un paio di aneddoti, non si aggiunge nulla a quanto non fosse già noto.

Ed è un peccato, perché laddove l'autore ci mette del suo, come nelle pagine seguenti, si rivela un "animale da emeroteca", capace di ridar vita a episodi sconosciuti. Come avviene alle gustosissime pp. 94-107, nelle quali rievoca lo "scandalo del Casin dei spiriti", scoppiato nel 1953 quando un periodico veneziano accusò velatamente un certo David Thomas Edge, un ricco inglese, di organizzare "orge neroniane" nel suddetto edificio, a Cannaregio.
Il tono del periodico era fascistico, chiedendo espressamente l'invio al confino per chi compiva certi atti, e invocando addirittura nuove leggi per colpire l'omosessualità: è quindi facile immaginare dove volesse andare a parare.

Edge querelò per diffamazione il giornale, ma l'incauto aveva lasciato troppe tracce di Pollicino per la strada, sotto forma di amanti più o meno delusi, per cavarsela: vinse sì la causa per diffamazione, ma ne uscì talmente sputtanato che fu "convinto" a trasferirsi armi e bagagli altrove. A Tangeri.
Questo caso segnala simbolicamente la lenta fine del turismo omosessuale a Venezia, che nel dopoguerra prenderà tutt'altre strade, che magari giunsero a sfiorare Mestre, ma più in là non vanno. Tant'è che bizzarramente, visto il suo passato, Venezia resta oggi la sola capitale mondiale del turismo a non prevedere la minima offerta per il turismo gay, nonostante ripetuti tentativi in tal senso nel corso dei decenni, sempre resi impossibili dalla putrescenza del tessuto urbano in questo enorme cimitero monumentale e dall'ostilità delle autorità elette dai bottegai. Gli stessi veneziani superstiti, se sono gay, debbono andare in terraferma (perlopiù a Padova), "esportando" turismo, e risorse.


I successivi capitoli si concentrano sulla storia della prostituzione nell'Italia unita, soprattutto nel XX secolo, fondamentalmente ricostruendo in gran dettaglio la storia, il funzionamento e infine la chiusura dei bordelli di Venezia, con ampio corredo di casi di cronaca rosa e nera.
E poiché l'autore evita il tono morboso e allupato di molti che l'han preceduto su questa strada, concendendosi anche qualche riflessione sociologica sulle persone costrette a lavorarvi, la lettura non è così raccapricciante quanto si potrebbe temere.

Segnalo anche, alle pp. 124-128, il racconto, tratto da un libro del 1912, di come alcuni clienti avessero pagato due prostitute allo scopo di assistere a un rapporto lesbico fra le due. In assenza dei dvd porno, i poveri eterosessuali d'allora erano costretti a sfogare le loro morbosità come potevano...
Segnalo poi a p. 174-176 il caso di Marietta, travestito che faceva le pulizie in un bordello ed era a disposizione per i clienti "particolari", protagonista d'uno scandalo nel 1949, e alle pp. 195-197 l'emergere della prostituzione maschile dopo la chiusura dei bordelli nel 1958 (come se quella dei gondolieri che nel XIX secolo lo facevano per soldi coi turisti fosse cosa diversa dalla prostituzione...).

Queste ultime pagine sono costruite sulla memoria e sui pettegolezzi, e sono le uniche che si lasciano andare a qualche tono sarcastico di troppo.
Oltre tutto, sul tema si sarebbe potuto dire molto di più, ma evidentemente Dell'Orso non ha potuto contare su informatori di prima mano che gli raccontassero l'evoluzione e la scomparsa (che da veneziano per un quarto ho visto in prima persona) della vita gay veneziana, che ha agonizzato a lungo prima di morire attorno agli anni Novanta.
Peccato, perché è nella ricostruzione degli eventi minori e minimi che l'autore dimostra al meglio le sue buone doti di narratore, assai più che negli affreschi storici, nei quali risulta più distaccato e freddo.


In conclusione, questo è un libro di aneddotica nato per intrattenere e divertire (come rivela anche la ricca iconografia che ne illustra le pagine), e non un libro di storia. Tuttavia, si rivela assai più scrupoloso della media dei libri di questo tipo, avendo l'autore compiuto molte ricerche di prima mano in emeroteca, e andando esente dai veri e propri "sfondoni" che di solito pullulano nelle opere di questo genere. Anche se poi qualche "fatica" nella prima parte l'autore la rivela laddove cita, infiorettandoli di refusi, nomi e titoli di opere di autori antichi(a p. 29 laqueis legum diventa "laquels legum", a p. 44 Jacopo Menochio diventa Jacobi Menochii, al genitivo, certamente copiato pari pari da qualche frontespizio...).

L'unica vera e propria pecca del libro, che per il resto è ameno e vale appieno il prezzo che costa (16 euro) è l'italiano "da telescrivente" dell'autore, che salta verbi, preposizioni, virgole, parentesi ("allo scopo di radunarle" diventa "scopo radunarle" p. 20), costringendo spesso a rileggere una frase per capire cosa cavolo volesse dire. Evidentemente Venezia è messa talmente male che anche risparmiare sulle preposizioni (e sulla correzione delle bozze da parte dell'editore) è ormai vitale... I cinesi non sono infatti ancora in grado di produrre "libri veneziani autentici" a metà costo... Ma speté, date tempo ai bottegai e arivaremo anca a questo!

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