I wanted to change the world, but I could not even change my underwear

14 luglio 2012

“Volevo cambiare il mondo, ma non ero in grado nemmeno di cambiarmi le mutande”: così inizia Queen of Denmark, la canzone che dà il titolo al primo album da solista di John Grant.

Grant è l’ex voce degli Czars, con i quali ha inciso numeroso materiale degno di nota – su tutti, l’album “Sorry I Made You Cry”, contenente cover al maschile di pietre miliari del patrimonio musicale omosessuale (Where The Boys Are di Connie Francis, I Fall To Pieces e Leavin’ On Your Mind di Patsy Cline, fino a Angel Eyes degli ABBA). Le divergenze con la casa discografica, la difficoltà di Grant nell’accettarsi serenamente e un abuso di alcol misto a droghe pesanti (da cui l’incapacità di cambiarsi gli slip) hanno causato lo scioglimento del gruppo nel 2004.

Nel 2010 Grant è tornato sulla scena musicale – in pace con se stesso, sereno e pronto a raccontare la propria esperienza nelle canzoni di “Queen of Denmark”. L’album è stato lodato e premiato per le sue melodie eltonjohniane, ma il vero punto di forza delle composizioni di Grant è l’(auto)ironia di cui sono carichi i suoi testi, soprattutto nei momenti in cui sarebbe facile cedere all’autocommiserazione.

I tempi duri riemergono nella title track: “Quando le cose mi erano scappate di mano/ avevo la merda su fino all’attaccatura dei capelli,/ che continua ad arretrare, come la mia autostima”. La placidità e l’incedere disarmante delle confessioni nelle strofe esplodono improvvisamente in un ritornello cantato a pieni polmoni, un urlo potente contro le passate delusioni. Sinéad O’Connor ha incluso la propria versione della canzone, altrettanto potente e sanguigna, nel suo recente “How About I Be Me (And You Be You)?”.

La tematica omosessuale emerge più chiara in altre due canzoni, Sigourney Weaver e JC Hates Faggots, che si concentrano rispettivamente sulla fase del coming out e sull’omofobia della provincia americana.

In Sigourney Weaver, Grant paragona il proprio spaesamento a quello di due star hollywoodiane particolarmente care al pubblico gay. Nel primo ritornello, dice di sentirsi “come Sigourney Weaver/ quando doveva uccidere gli alieni/ ma c’era quel tizio che invece voleva riportarli sulla Terra/ e lei non credeva alle proprie orecchie” – riferendosi alla famosa scena dell’“ordine speciale 937” in “Alien” di Ridley Scott. È però nel secondo ritornello che Grant canta una metafora più affettuosamente pungente: “Mi sento come Winona Ryder/ in quel film sui vampiri:/ proprio non ce la faceva ad azzeccare l’accento,/ e non ci riusciva nemmeno quell’altro tizio”. Il film è il “Dracula” di Coppola, e l’“altro tizio” è Keanu Reeves. La reazione incredula della Weaver e la recitazione notoriamente cagnesca della Ryder (e di Reeves) diventano il simbolo dell’incomprensione, delle frustrazioni e della difficoltà di integrarsi. Anche l’intenzionale vaghezza nei riferimenti alle pellicole comunica efficacemente lo smarrimento, l’emarginazione e l’assenza di punti fermi.

In JC Hates Faggots, il breve acronimo sta per “Jesus Christ”. Il titolo della canzone sembra richiamare i tristemente celebri cartelli della Westboro Baptist Church, ma Grant ha dichiarato che gli è stato suggerito dal ricordo della morte della madre: un cancro ai polmoni la stava divorando, ma trovò comunque le forze per dire al figlio che la sua omosessualità era per lei “una delusione”. Il ritornello recita: “Gesù odia i finocchi, figliolo:/ te l’abbiamo detto già quand’eri piccolo,/ e odia un po’ tutto quello che vuoi fargli odiare,/ tipo le sitcom, i pedofili e i canguri”. L’elenco dei destinatari dell’ira degli dèi e dei loro seguaci si fa via via più inverosimile e gustoso: Grant riesce a prendersi gioco in modo efficace degli aspetti più assurdi e violenti della fede cristiana.

Non mancano le canzoni d’amore, come Caramel o Where Dreams Go To Die – ma anche TC and Honeybear e la diabetica Marz, recentemente incluse nella colonna sonora del bel “Weekend” di Andrew Haigh.

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