Gli ultimi anni di Oscar Wilde, dandy decaduto.

Recensione di Gianfranco Franchi. Riedita con il gentile consenso dell'autore.

"Chi ha frequentato Wilde soltanto nell'ultimo periodo della sua vita, vedendolo appena uscito di prigione, debilitato e disfatto, può figurarsi a stento quanto prodigioso egli fu negli anni del suo più vivo fulgore. Io lo incontrai per la prima volta nel 1891. Allora Wilde aveva (...) successo: ogni suo gesto e sguardo trionfavano (...) Le sue opere destavano meraviglia, incantavano; le sue commedie facevano accorrere tutta Londra. Ricco, famoso, bello, era al massimo della felicità e degli onori (...) Dominava, come un sole" (p. 23)

Scritto nel dicembre 1901, rielaborato per la stampa nel 1903 e revisionato e ampliato nel 1905, Oscar Wilde. In memoriam apparve in volume nella raccolta di saggi e polemiche "Prétextes". Si tratta di una delle prime interpretazioni della drammatica vicenda di carcerazione e miseria dell'artista irlandese, ex elegantiae arbiter crollato nella polvere: Gide, mortificato per non aver potuto partecipare al funerale dell'amico - sette persone in tutto seguirono il corteo funebre - scrive per offrire "poche pagine di affetto, ammirazione, rispettosa pietà", quasi fossero una corona di fiori poggiata su una tomba abbandonata. Ricorda che nei giorni dello scandalo diversi letterati s'erano battuti per rivendicare la grandezza della scrittura di Wilde, perché in nome di questa grandezza fosse salvato: sostiene sia stato un errore, inevitabile ma pur sempre un errore, perché Wilde non era stato un grande scrittore, ma un favoloso viveur. E proprio dalla sua vita, dalle sue qualità umane si doveva partire per decifrare e apprezzare la sua opera.

Gide racconta i suoi incontri con Wilde a partire dal 1891, quando lo scrittore irlandese, protagonista d'un successo eccezionale, scintillava, solare, e veniva omaggiato in tutta Europa come un dio. Si incontrarono in un ristorante; Wilde parlava un perfetto francese, e fu protagonista e mattatore di splendide ore di conversazione. Concedeva, scrive Gide, quanto credeva fosse gradito della sua saggezza e della sua follia; sembrava intenzionato a divertire e intrattenere, quasi come a domandare sempre amore e ammirazione. E poi, camminando verso casa, prendeva da parte Gide e gli raccontava una favola. Si chiamava "Il discepolo".

Nel tempo, Wilde avrebbe incontrato più volte Gide. Insegnandogli che il mondo reale non era interessante, perché non occorreva parlarne per vederlo; piuttosto, altro era il discorso per il mondo dell'arte: se non se ne fosse parlato non sarebbe esistito. Dio inventa l'uomo, diceva, e l'uomo inventa l'opera d'arte.

Wilde voleva insegnare a mentire a Gide, perché come altrove scrisse, la letteratura pretende distinzione, fascino, bellezza e fantasia, e la menzogna altro non è che il sentiero principe. Diceva che non poteva pensare se non nel racconto: proprio come accade agli scultori che pensano nel marmo, e non traducono nel marmo il loro pensiero. È il marmo a plasmare l'idea, ad animare il pensiero: è il racconto a insegnare all'autore ciò che ancora non sa, o non sa d'aver capito.

Passarono anni. Gide sentiva parlare della fortuna delle opere di Wilde ma assieme degli "strani costumi" dell'autore; lui - che non aveva "mai sospettato niente" (sta mentendo, ovviamente. Gide era omosessuale...), si stupiva di questi pettegolezzi (allora, la lezione del maestro era stata infine interiorizzata...). Si ritrovarono in un albergo, a Blidah, in Algeria. Wilde era cambiato: "Il suo sguardo aveva perso l'antica morbidezza, la sua risata era rauca e la sua gioia appariva forzata" (p. 36), e non raccontava più favole, né apologhi. Diceva di cercare il piacere come fosse un dovere: "Il mio dovere è godere al massimo", ripeteva. Deprecava i suoi scritti, perché nella vita aveva infuso il genio e nella letteratura soltanto il talento. Dorian Gray altro non era che un esercizio di stile per contentare un amico che non credeva Wilde capace di scrivere un romanzo, ammetteva l'irlandese. E Gide subito ribadisce che la scrittura di Wilde altro non era che "l'eco della sua brillante conversazione" (p. 39)

Il processo... "abominevole", glossa Gide. "Forse verrà il momento in cui si potrà, e sarà bene farlo, riscattare dal fango quell'abominevole processo" (p. 42). Wilde presentiva la sua sorte, stando a quanto racconta lo scrittore francese. Se la stava cercando, voleva andare oltre il limite: fino in fondo. Si stende una pietosa ellissi, a questo punto, sugli anni della prigionia.

Wilde torna in Francia, assunta l'identità di "Sebastian Melmoth", e si rifugia a vivere in un paesino, Berneval, che Gide giudica "funereo" e totalmente inadatto all'indole dell'amico. Vuole essere il primo tra i vecchi sodali ad andarlo a trovare, e riesce nell'intento. Si incontrano, e Wilde mostra, sulle prime, un pizzico di freddezza, forse per mascherare la commozione. Ma poi, ritrovandosi a parlare di libri e di vita, si confida. Non vuole ricominciare la vecchia vita, non vuole ripresentarsi al pubblico prima d'aver creato qualcosa di nuovo: pensa a un dramma sul Faraone. Vuole restare in quel paese, è felice dell'accoglienza che ha ricevuto. In prigione, quando era diventato "C 33", ha imparato qualcosa... qualcosa che prima non conosceva:

"Solo la pietà apre e fa eterna un'opera... Sapete, dear, è per pietà che non mi sono ucciso. Nei primi sei mesi ho molto sofferto, ed ero così infelice che pensavo d'ammazzarmi; ma me ne sono dissuaso guardando gli altri, vedendo che erano infelici quanto me e provandone pietà. Oh, caro, la pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo" (p. 48).

Parla di Francesco d'Assisi, sembra trasfigurare la vecchia favola del Principe Felice; racconta delle letture in galera (Dante, Inferno, tutto in italiano: a ripetizione), della solidarietà tra galeotti, e infine, prima di congedarsi da Gide, lo prega di non scrivere mai più "Io" in un romanzo. "In arte, vedete, non esiste la prima persona" (p. 54).

Purtroppo Wilde non riuscirà mai più a scrivere. Incontrerà un giorno Gide, per i boulevard, e apparirà molto cambiato al vecchio amico. Abbandonato dai fedelissimi, solo e triste, poverissimo, presto lasciata Berneval per mescolarsi al popolo di Parigi, avanzava lento verso la morte.

"Non si rimprovera mai chi è stato colpito", spiegherà a Gide, quando lui gli domandava ragione del repentino cambiamento di idee.

***

Soltanto nelle ultime battute Gide nomina Lord Alfred Douglas, "Bosie". "Che in tutta questa vicenda - sembra scrivere con un tetro sorriso - si è comportato con la massima nobiltà" (p. 62). La nobiltà dell'assassino.

Gli ultimi anni di Oscar Wilde non è un'agiografia, né un tributo entusiastico; è la storia dell'addio a un amico e a un maestro, a un essere umano che aveva sofferto un'ingiusta carcerazione perché aveva amato, amato dell'amore proibito dalle leggi della sua società. Gide forse non aveva inteso la grandezza della scrittura di questo amico e maestro, soggiogato com'era dalla sua personalità e dalla sua umanità. Forse, aveva paura della sua onestà, e della sua trasparenza: è triste che scrivendo dell'accaduto non abbia avuto la forza, e l'integrità, di parlare della sua omosessualità. Sarebbe servito, chissà. Mentire, del resto, in letteratura, è una necessità. Altrimenti arte non nasce.

Questa è arte gentile ed elegiaca, fragile e commossa. Necessaria corona di fiori poggiata sulla lapide di Oscar Wilde. A nessuno verrà in mente di sporcarne la memoria, e il coraggio di difenderla nel momento è appartenuto veramente a pochi. Gide, tra i primi.


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