Sua danza, La. Biografia romanzata di Rudolf Nureyev.

11 marzo 2005, "Babilonia" n. 227, gennaio 2004

Sono gli ultimi anni della seconda guerra mondiale. Nelle distese di neve illuminate dai fuochi delle raffinerie di petrolio dell'Unione Sovietica molti soldati muoiono congelati, altri, ammucchiati nei carri bestiame, trainati dalle locomotive a vapore che attraversano lentamente le steppe ghiacciate, raggiungono qualche affollato ospedale.

È qui, in un luogo non proprio adatto ad una esibizione, nel piccolo ospedale di Ufa in Baskiria, che entra in scena lui, Rudolf Nureyev, un bambino biondo di cinque o sei anni che danza nelle corsie mentre i soldati battono le mani a tempo, lo applaudono e gli regalano zollette di zucchero.

Dopo una grigia infanzia nella remota provincia tartara straziata dalla guerra, nel 1955, a 17 anni, Rudik, come è chiamato affettuosamente dai familiari, entra nella scuola di ballo del Kirov di Leningrado e dopo tre anni è già primo ballerino. Il suo modo di "divorare" lo spazio con grazia e con rabbia conquista il pubblico, ma a fare di lui un mito contribuiscono presto il suo carattere estroso e ribelle e le voci che circolano sulla sua omosessualità e sugli scandali di cui è protagonista.

Durante una trionfale tournée a Parigi, nel 1961, Nureyev chiede asilo politico, rompe tutti i suoi rapporti con l'Unione Sovietica, dove è condannato a sette anni di lavori forzati, e inizia la fase più straordinaria e avventurosa della sua esistenza: la tempestosa relazione con Erik Bruhn ("i due più grandi ballerini del mondo innamorati l'uno dell'altro"), l'intensa amicizia con la sua partner abituale Margot Fonteyn, la frequentazione dei salotti più esclusivi di Londra, Parigi o New York, le storie di sesso sfrenato (al club parigino "Le Trap" è visto "succhiarlo a sei francesi di fila, fermandosi per un bicchiere di vodka fra l'uno e l'altro").

Ai suoi parties partecipano i personaggi più in vista del gran mondo da Mick Jagger a John Lennon, da Ted Kennedy a Martha Graham, da Andy Warhol a Rock Hudson. Tra i suoi amici e estimatori ci sono Grace Kelly, Jean Cocteau, Truman Capote, Tennesse Williams, Jacqueline Kennedy Onassis.

Sono i folli anni Settanta, fatti non solo di successi, ma anche di droga e di sesso che Nureyev vive con la stessa furia con cui danza, come "una specie di desiderio primordiale in forma umana".

Poi l'inesorabile declino degli anni Ottanta: un viaggio a Caracas, a trovare l'amico venezuelano Victor Pareci, il compagno delle avventure più hard, quello che nella sua vita "si è fatto più uomini che pasti caldi", ormai gravemente malato, poi un rientro lampo, di solo 48 ore, in Unione Sovietica nel 1987, per vedere la madre morente e sul suo volto già i segni della catastrofe.

Morirà di Aids a soli 55 anni, nel 1993.

Questi in sintesi gli avvenimenti raccontati nel libro, che non è però una ricostruzione della biografia del grande ballerino, ma un grande romanzo polifonico dove si alternano diverse voci narranti, di personaggi che in vari modi gli sono stati vicini: dalla sorella Tamara al marito della sua prima insegnante di ballo in esilio ad Ufa, dalla loro figlia Julia, che lo ospita a Leningrado e diventa un importante punto di riferimento della sua vita all'amica cilena Rosa Maria, dall'anonimo omosessuale che batte in piazza Ekaterina a Leningrado e che lo vede a volte comparire leggero con la sciarpa che gli svolazza sulla schiena ("noi gli passavamo accanto inspirando il suo odore") alla governante francese degli ultimi anni.

Ognuno di questi personaggi racconta la sua storia che è come illuminata dall'incontro con questo straordinario "Rimbaud delle steppe", geniale e scandaloso, che dall'esilio scrive alla sorella: "se mai queste parole ti raggiungeranno di' a mamma che penso a lei continuamente. Dille che suo figlio danza per rendere il mondo migliore".

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