Il mio amato. Un amore impossibile tra gli ebrei ultra-ortodossi

9 maggio 2005

Dapprima fui molto spaventato: l'omosessualità è una delle più gravi trasgressioni della Torah... (p. 92)

Ma accanto alla paura abissale provavo un piacere oscenamente sfrenato per aver scoperto simili sorgenti segrete.

Durante le poche settimane che trascorsi in compagnia di Channa, il mio corpo conobbe brividi di piacere mai provati...

Allora consideravo la cosa come un dono meraviglioso concesso a me in particolare.

Nessuno intorno a me può provare un briciolo di questa gioia fisica che io provo alla vista del volto di un quindicenne. Nessuno tra i miei conoscenti può nemmeno immaginare che esista una cosa simile; io, del resto, prima lo ignoravo" (p.94).

Questo è un brano significativo, quasi un suo riassunto, del libro di Yehoshua Bar-Yosef, Il mio amato, pubblicato dall'editore fiorentino Giuntina.

Bar-Yosef, nato a Safed (in Galilea, Israele) nel 1912, fu giornalista e redattore del giornale israeliano Ma'ariv. Nel 1984 ricevette l'importante premio letterario Bialik. Morì nel 1992.


Innanzitutto, per discutere di letteratura israeliana, chiarisco prima che, da un punto di vista terminologico, per "letteratura israeliana" s'intende la letteratura in ebraico prodotta da autori nati in Israele o che vivono nello stato di Israele; la "letteratura ebraica" è frutto invece di autori di religione o di origine ebraica che vivono anche fuori di Israele (soprattutto negli Usa e in alcuni stati europei, e dunque scritta in altre lingue).

Il criterio linguistico è quello che distingue le due letterature da quella yiddish (l'idioma franco degli ebrei dell'Europa centro-orientale, derivato dal tedesco e con commistioni di polacco, ebraico, russo), con grandi autori come suoi rappresentanti, tra cui il premio Nobel Isaac Bashevis Singer. Lo yiddish però è anche la lingua dell'esilio ebraico e porta con sé i segni di oppressioni, pogrom e difficoltà di convivenza con i cristiani.


Quest'opera di Bar-Yehoshua è un esempio di letteratura israeliana, che descrive alcune famiglie di un quartiere di Gerusalemme, Meah Shearim ossia le Cento Porte, che, a dispetto del nome, è un microcosmo difficile da penetrare, rifugio e roccaforte del giudaismo ultra-ortodosso.

In Meah Shearim, teatro della vicenda del protagonista, Asher, abitano solo i chassidim vestiti d'inverno e d'estate con lunghe palandrane nere e larghi cappelli.

Segni esteriori dell'attaccamento alle norme prescritte dalla loro setta sono anche i lunghi riccioli ai lati della testa (peot), e le frange pendenti da sotto la giacca (tzitziot).

Ogni devianza è vista come un pericolo per la coesione della loro comunità e per la saldezza della fede.


In genere i chassidim non usano l'ebraico per conversare ma lo yiddish. Ciò indica quanto siano ligi nell'osservanza: non "contaminano" la sacra lingua ebraica, già profanata e violentata dall'uso spregiudicato che se ne fa oggi in Israele; per loro l'ebraico è la lingua in cui Dio ha parlato a Mosè, quindi un comune mortale non dovrebbe appropriarsene.


Più in dettaglio, in Il mio amato trasgressione peccaminosa e rigore dell'osservanza si scontrano in un dramma tutto interiore con cui il protagonista paga la sua cruda lucidità nei confronti di se stesso, con l'accettazione di una maschera che lo relega nella solitudine.


Il protagonista del libro di Bar-Yehoshua è un cinquantenne, Asher Halpern, uno scriba dei tempi moderni, cioè un miniatore di testi sacri da vendere ai fedeli in Israele e in America. Si guadagna la vita e diviene benestante copiando in bella calligrafia le sacre parole, pur non disdegnando la lettura, in segreto, di libri profani e in lingua straniera, proibiti dalla severissima etica giudaico-ortodossa.

La moglie, Reyzel, è al corrente dei peccati di Asher; sa che lui fuma di nascosto durante lo shabbat, sa che si chiude in una stanza per leggere i libri proibiti, ma preferisce tacere per non intaccare la cortina di rispettabilità che la coppia si è costruita e che le permette di convivere con gli altri abitanti di Meah Shearim.

Reyzel si rasa regolarmente il capo, porta la parrucca, si spoglia al buio, è un'ineccepibile moglie secondo l'ottica ultra-ortodossa.

Anche il comportamento di Asher appare alla società ineccepibile: la sua unica passione sembra essere il gicoco degli scacchi, solo con altri ortodossi, e non lascia trapelare all'esterno i suoi "vizi". Nel suo intimo, però, è cosciente di non avere fede, di limitarsi a seguire un comportamento precodificato da tempi immemorabili.

Sa di aver perso la fiducia nel Signore e la passione fanatica tipica degli ultra-ortodossi verso la religione.

I due figli di Asher, già sposati a loro volta, hanno compreso l'infelicità del padre nel sapersi prigioniero della cortina di una realtà soffocante che non ha il coraggio e la possibilità di squarciare. Ma rispettano il padre o, meglio, rispettano le sue contraddizioni interiori, lasciandolo in pace per non ferirlo. La loro infatti è una famiglia modello, all'apparenza.


Anche l'infanzia di Asher è stata impregnata di devozione verso i precetti del Signore, non tanto verso il Signore stesso, ma verso i suoi comandamenti da osservare per timore della sua disapprovazione, come insegnatogli dal padre, un devoto maestro elementare dalla mentalità molto ristretta, e dalla madre, una donna taccagna e detestata dal figlio per il suo chiuso autoritarismo e la severità immotivata.

È da questo mondo chiuso che due suoi cognati, fratelli di Reyzel, sono invece riusciti a fuggire, a differenza di Asher, e a trasferirsi nella laica e libertina Tel Aviv, intaccando la rispettabilità della loro famiglia additata a modello.


L'importanza dell'ambiente e delle condizioni di vita in cui si sviluppa la vicenda intima di Asher è rimarcata dal fatto che la descrizione dei parenti, del modo di vita e della società del quartiere occupa la maggior parte del libro, come a dimostrare che non si può comprendere appieno i turbamenti del protagonista senza capire prima in quale mondo vive.

Infatti Channa, movens della vicenda interiore di Asher, l'amato del titolo, appare a pagina 81, sulle 114 totali del libro.

È un altro cognato di Asher, ultimo dei 14 figli di suo suocero Feyvish: un adolescente che si sottopone controvoglia allo studio della Torah, da cui non trae quella gioia che un vero chassid s'attenderebbe.


Vedendolo durante la cerimonia del bar mitzvah, Asher s'invaghisce di lui, alla vista dei tratti delicati e ancora infantili del giovane: "Mi è divenuto chiaro di essere afflitto da quella perversione che non voglio nominare..." (p.92).

Ne rimane sconvolto e non osa toccarlo, neanche quando Channa si reca da lui, durante sei settimane per apprendere l'arte della bella calligrafia.

Asher è consapevole di quello che gli succede: "Riconosco ancora con tutto il cuore, se non con la ragione, il senso di un peccato grave e il totale ribrezzo per esso" (p.92).


Ma la gioia di aver scoperto simili tentazioni ha la meglio: Asher inizia a vagare di notte per le strade di Gerusalemme, in cerca di freschi volti maschili su cui posare gli occhi per saziarsene. Per timore di attirare l'attenzione su di sé, si reca a Tel Aviv, per guardare i corpi nudi dei bagnanti sulle spiagge.

La sua intenzione di comprarsi l'amore con uno dei giovani che frequentano nottetempo il lungomare della città non avrà realizzazione: durante una di queste notti, gli si avvicina un anziano sconosciuto che gli racconta di aver scoperto anche lui l'attrazione verso gli adolescenti, mettendo i soldi da parte solo per portarsi un ragazzino a casa una volta al mese.

La profonda solitudine che lo sconosciuto rivela è come una sferzata per Asher, il quale comprende che neanche in Dio può trovare conforto e compagnia.

È per lui una conferma dell'inutilità della religione o, meglio, delle innumerevoli norme di comportamento e di osservanza che formano la religione. Essa invece allontana da Dio chi prova sentimenti e sensazioni che la società non è pronta ad accettare.


Probabilmente, pensa Asher con rammarico, se non avesse letto tanti libri diversi dai testi sacri, sarebbe rimasto un fedele servitore del Signore, incosciente dell'esistenza di tanti modi di vita diversi al di fuori del giudaismo ultra-ortodosso. Sembra che, proprio per scongiurare pericoli di deviazione dalla loro morale, i fondatori del chassidismo avessero proibito nel Settecento la lettura di qualsiasi libro che non fosse la Torah, il Talmud o un altro testo sacro.


"Amo Channa di un amore profondo&" (p.113). È la morale di una vicenda che non può avere conclusioni, data l'impossibilità per Asher di risolvere questa inconciliabilità creata proprio dalla società in cui è condannato a vivere.


Leggere Il mio amato può risultare soddisfacente per chi, inesperto di questioni ebraiche, può ricavare un quadro generale del modo di vita di una sfaccettatura della società in Israele.

La lettura del libro risulta scorrevole, non è per niente impegnativa.

Il linguaggio semplice, a volte scarno, rende questa vicenda un mero resoconto delle caratteristiche dell'ambiente ultra-ortodosso di Meah Shearim e dell'evoluzione dei sentimenti di Asher.

C'è poca poesia, anche le sensazioni più intime e angosciose sono descritte in maniera netta e descrittiva, senza molto spreco di sfumature.

Tutto il racconto è impostato sull'io narrante e ciò avrebbe potuto favorire una vena poetica, ma ha prevalso l'attitudine dell'autore, giornalista di un diffuso quotidiano, a esporre le situazioni in termini asciutti ed espositivi, immediatamente comprensibili per tutti.

La riproduzione di questo testo è vietata senza la previa approvazione dell'autore.

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