Troppi paradisi

21 marzo 2013

In Troppi Paradisi lo scrittore affronta un tema vasto, pesante, toccato da molti, più o meno bene, ma forse da nessuno affrontato così di petto: la colonizzazione della cultura, o meglio dell'intero immaginario italiano, da parte della televisione, dei suoi miti, dei suoi ritmi, dei suoi schemi ideologici, rappresentata però dall'interno, cioè tramite la voce di chi nella televisione lavora o di televisione si pasce e magari si prende un'indigestione ogni giorno. Mentre dunque altre opere (mi viene in mente, per esempio, Italia De Profundis di Giuseppe Genna) sono focalizzate sulla figura d'un narratore che, magari anche contro i propositi dell'autore stesso, si colloca pur sempre all'esterno d'un mondo che gli fa sostanzialmente schifo, nel protagonista di Altri Paradisi fin dal nome, Walter Siti, dichiara d’incarnarsi proprio il narratore, di cui costituirebbe in apparenza in effetti una sorta di doppio autobiografico per età ed esperienze culturali. Il Walter Siti protagonista è un omiciattolo sulla sessantina, cresciuto, come molti membri della nostra cosiddetta classe dirigente, in anni di rivoluzioni, scemate le quali si è messo al sicuro in una delle tipiche sinecure colonizzate dagl'incapaci della sua generazione, ovvero una bella cattedra universitaria, dove tira avanti fra giochetti accademici; è anche gay, ma pigro e irrisolto (benché non sia affatto closeted), ha i genitori molto vecchi, popolani emiliani un po' tirchi e terribilmente abitudinari e rompiscatole, e passa ore a guardare la tv: anche se una buona cultura pare avercela, preferisce il piccolo schermo ai libri, e quanto alla ricerca universitaria c'è da dubitare che ne abbia mai fatta. Il meno che si può dire è che il Walter Siti in carne ed ossa, a mettersi nei panni d'un doppio così, ha dimostrato una bella dose di coraggio. Il racconto rappresenta una sorta di sprofondamento di quest'uomo nell'abisso della televisione: all'inizio n'è un semplice innamorato, poi si mette insieme con un bel ragazzo che ci lavora, di trent'anni più giovane di lui, e infine, dopo che con questo Sergio il rapporto s'è raffreddato e infine rotto, fa coppia con un rozzissimo culturista, Marcello, che lo sfrutta nel modo più ridicolo, sicché Walter in TV ormai ci deve anche lavorare per avere un reddito sufficiente.
L'uomo è del tutto conscio della propria abiezione: al contrario del classico vecchio intellettuale che perde la testa per lo splendido marchettaro, Walter non è affatto plagiato e raggirato: anzi, entro il mondo fasullo e artificioso della tv, e nell'ambiente mezzo animalesco dei culturisti coatti egli sguazza come un pesce nel mare; il suo mondo è quello, perché è "Walter Siti come tutti". Ed è proprio qui che la poetica del Nostro a mio avviso s'inceppa. Vero è che nel loro narcisismo i "Walter Siti" si sono abituati a rappresentarsi fin dalla giovinezza come l'ombelico del mondo e il sale della terra; ed è perciò plausibile che si vedano eguali a "tutti" mentre tali non sono affatto; ma restiamo pur sempre così nell'ambito d'uno sfasamento che, invece di venir meno, semplicemente si sposta un po' più in là: se Walter si vede e si raffigura come incarnazione dell'italiano tipico, dell'italiano tipico del suo contesto socioculturale, o insomma d'un italiano in qualche maniera generalizzato e generalizzabile, ma poi rivela tante peculiarità d'indole, istruzione, posizione, tempo libero, orientamento sessuale, disponibilità economica, relazioni sociali che lo rendono in ogni caso una figura di minoranza, ci ritroviamo di fronte non ad un paradigma, bensì a un personaggio. Si obietterà che in narrativa i personaggi sono molto più interessanti e vivi dei paradigmi, e i romanzi che raccontano cose che capitano a personaggi dotati d'individualità si leggono più volentieri dei meri romans à clef. Vero. Ma temo che Walter Siti (lo scrittore) intenda appunto realizzare qualcosa più ambizioso della catabasi d'un satiro senescente e infingardo che si chiama come lui e presume di rappresentare un popolo o una generazione. Io poi, che pure della tv nostrana non apprezzo quasi niente, che ho in uggia la spettacolarizzazione della società e così via, per idiosincrasia personale ho poca fiducia altresì degli apocalittici, anche di quelli geniali come Pasolini, che qui fa evidentemente da convitato di pietra, e perciò le visioni apocalittiche della società mi riescono sempre un po' indigeste, anche quando l'apocalissi, come qua, si presenta velata di allegria vagamente irresponsabile.
Anche la scrittura mi ha attratto solo ad intervalli: ad esempio, Siti riesce a intessere bene i dialoghi, ha ottime capacità mimetiche del parlato popolaresco e dialettale, sa tratteggiare col giusto sarcasmo certe figurette di residuati della contestazione, di politicanti, di lestofanti da sottobosco televisivo; ma trovo che i ragionamenti e i giri del suo omonimo attorno all'ombelico pecchino d'una certa prolissità, soprattutto se si tiene conto che ha idee per lo più assolutamente piatte o sgradevoli. Alla fine, dovendo tirare le somme, mi sono trovato a domandarmi: "Ma che me ne frega delle paturnie di questo pagliaccetto saccente che si fa levare in tutti i sensi le mutande dal più grezzo dei culturisti, se non mi riesco a identificare in lui nemmeno in minima parte?" E così posso stimare l'ambizione dell'autore, la sua capacità d'immergersi mani e piedi entro il fango, a tratti anche il suo stile. Ma non è il tipo di romanzo che faccia esattemente per me.
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