La fine della cultura gay? Ridiamoci sopra...

17 settembre 2005

Gli argomenti coperti dal volume sono molto interessanti e in alcuni casi piuttosto peregrini: si va dal riciclo camp delle icone gay all'evoluzione degli annunci personali, dalla pornografia (cinematografica e letteraria) alla "rivoluzione della biancheria intima", dalla "kitschificazione dell'AIDS" agli spettacoli delle drag queen, dalla cultura leather e S/M all'avvento degli orsi.

I capitoli si possono leggere come altrettanti saggi slegati l'uno dall'altro, benché siano strettamente uniti dalla stessa impostazione cronologica e da un intento comune decisamente polemico, come si intuisce sia dal titolo del volume che da quello di alcuni saggi (ad esempio il primo: "la morte del camp: i maschi gay e l'ammirazione per le dive di Hollywood, dalla reverenza al ridicolo").


Harris sostiene che l'avvento del movimento di liberazione omosessuale ha comportato una serie di involontarie conseguenze sulla cultura gay: nel momento in cui gli omosessuali si sono trovati accettati dalla società la loro cultura si sarebbe trasformata perdendo il suo significato originario e degenerando in routine, in ripetizione priva di significato, persino in controproducente mania patologica (come nel caso dell'ossessione per la cura del corpo).

Harris prende a borsettate un po' tutti: i gay fashion-victims, quelli che consumano tonnellate di prodotti di bellezza, quelli che si palestrano, che si fanno tatuare o che si fanno i piercings, gli orsi, i militanti anticirconcisione, i patiti del S/M, e via di seguito. E non risparmia sferzate allo stesso movimento omosessuale, che sarebbe solo il risultato di una preventiva accettazione degli omosessuali da parte della società in quanto promettente categoria di consumatori.


Nel tracciare l'evoluzione dei vari aspetti della cultura omosessuale, Harris riesce a offrire ottime sintesi libere da luoghi comuni troppo diffusi, sebbene talora semplifichi un po' troppo: su certi rivolgimenti che descrive (ad esempio quelli del cinema pornografico o su quelli della "psicostoria del corpo omosessuale"), avrei qualche dubbio. E se alcuni dei suoi obiettivi polemici meritano una critica, anche severa, a lasciarmi perplesso è il tono assunto dall'autore, che alla lunga finisce col disegnare una prospettiva paternalista e conservatrice, fino a sconfinare in una nostalgia per la controcultura che arriva a farsi nostalgia per la repressione.

Quando Harris si lamenta (ad es. subito a p. 5) perché gli omosessuali si stanno integrando troppo rapidamente (!) nella società e per questo perdono il loro caratteristico humour, beh, mi verrebbe da dire: "pazienza per lo humour". Ma non credo che la liberazione sia così avanti, né che comporti inevitabilmente la rinuncia alla controcultura e ai suoi significati più autentici, né che stia procedendo tanto rapidamente, né che si possa pensionare lo humour sicuri che non ci saranno ritorni indietro (le sorti non sono mai state né magnifiche né progressive: ormai dovremmo averlo imparato).


Come è evidente, ad esempio, nel caso di tatuaggi e piercings, Harris sembra interpretare ogni mutamento di significato come una perdita di significato. Giudicando inevitabilmente come una degenerazione ogni cambiamento della controcultura, finisce con l'assumere inflessioni reazionarie, soprattutto nel momento in cui si mostra convinto che chi attinge a quei significati modificati lo fa invariabilmente nell'illusione di attingere invece ai significati originari, non rendendosi conto che essi non esistono più.


Così, secondo Harris gli annunci odierni, selettivi e precisi, sarebbero "irragionevoli" (p. 45) a differenza di quelli degli anni '50, solo perché i loro autori erano pronti ad accettare tutto perché non si trovava niente. Harris interpreta questa "disponibilità" come indice di una minor ossessione per la perfezione corporea, che invece oggi impedirebbe a molti omosessuali di essere soddisfatti del loro partner. Il fatto che ci sia un fondo di verità in quest'ultima affermazione non significa che gli annunci degli anni '50 fossero sinonimo di una minore ossessione invece che di un diverso problema: in tempi di carestia si banchetta con poco, in tempi di abbondanza è normale che le pretese si raffinino. Il che pone un problema, è vero, ma non significa che si stesse meglio quando si stava peggio.


Posso anche capire la frustrazione di Harris nel vedere affermarsi un modello di corpo arbitrariamente imposto come perfetto, la sua nostalgia per un tempo in cui non era così, e la percezione di un pericolo per chi non sappia gestire correttamente le pretese arbitrarie di quel modello fisico che comporta anche fenomeni tristi e ridicoli, con i quali può essere difficile essere indulgenti. Tuttavia l'utilità dell'analisi e l'opportunità della critica si compromettono nel momento in cui trascolorano in semplice omelia moralista, per altro con accenti snob.

Anche a me piacerebbe che le cose, anche all'interno della comunità gay, fossero molto molto molto diverse da come sono. Se poi andasse per la maggiore un modello fisico smagrito, nasone e miope (con quella punta di astigmatismo che non guasta: tutto sommato Descartes impazziva per le strabiche...), sarei uno strafigo anch'io. In fondo è una questione di tempismo: c'è stato un tempo in cui i tubercolotici esercitavano un certo fascino erotico, e uno in cui gli inetti diventavano eroi di romanzi. E allora, cessi di tutto il mondo, consoliamoci: siamo solo un tantino anacronistici.

Ma tutto ciò non mi fa provare nostalgia per un tempo in cui mi sarebbero saltati addosso in gruppo solo perché non c'era altra trippa per gatti (sempre che altri non mi fossero saltati addosso prima per farmi la pelle).


I toni apocalittici di certe dichiarazioni di Harris rischiano di compromettere anche le sue pagine più lucide. Così, per esempio, secondo l'autore la pornografia avrebbe esercitato "un'influenza estremamente distruttiva" sui gay ossessionandoli con un ideale di corpo perfetto, ma il porno ha rappresentato anche uno strumento importante di coesione e di consapevolezza.

Oppure, apprezzando sempre e solo il passato, Harris loda la cultura Leather degli anni '50, quando si opponeva allo stereotipo del maschio effeminato proponendosi come parte di un immaginario eversivo, mentre la deride nei suoi sviluppi successivi che hanno in parte rinnegato quelle radici per trasformare il S/M in gioco ritualizzato e semplice spettacolo. Ma in quelle radici "effeminofobe" c'è anche un risvolto negativo per cui personalmente non provo nessuna nostalgia: ogni tentativo di opporsi allo stereotipo incarnando il suo opposto mi pare anche un modo per confermare alla fine entrambi gli stereotipi, anziché un modo per rifiutarli in blocco rigettandone i condizionamenti. Non mi pare un gran passo avanti, specie se fatto seriosamente, come è il caso della cultura Leather degli anni '50 descritta da Harris (per lo meno il "clone gay" degli anni '70 aveva un risvolto parodistico e autoironico, che non era molto, ma era meglio). E infatti è da oltre un secolo che molti gay, in varie forme e con varie modalità, mostrano di detestare gli effeminati e cercano di distinguersi da loro.

Mi stupisco che Harris, che si altera per questioni ben più esiziali, non mostri di essere minimamente disturbato da quello che a me sembra un errore ideologico e culturale enorme di cui quella cultura gay che rimpiange è stata ripetutamente colpevole (e di cui certo non è affatto immune quella odierna). È anche di qui che discende quel corpo ossessivo e vincolante che domina la cultura gay odierna e con cui altrove Harris se la prende tanto.


Dando per scontata la fine della controcultura, Harris si limita alla pars destruens, che è sempre la più facile. Ma personalmente penso che ci sia ancora spazio per correggere e costruire. Magari con un po' di humour.

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