Hostel

21 giugno 2007

In tempi di correttezza politica imperante non capita sovente di imbattersi in opere smaccatamente omofobe, come accadeva regolarmente fino a non molti anni fa. Hostel fa decisamente eccezione.

La prima mezz'ora del film svolge le premesse della vicenda con i ritmi, il voyeurismo morbosetto e la disperante mancanza di cura di un soft porno. Tre ragazzini (Paxton e Josh, americani, e Oli, islandese) sono alle prese con un tour del vecchio continente che non ha granché da spartire con quello che formava i loro coetanei di qualche generazione prima: sono infatti alla ricerca solo di ragazzine facili. Quando vengono a sapere di un ostello vicino a Bratislava che sembra promettere orge a volontà, vi si recano di corsa. Nei pressi del luogo, su un treno incontrano un affabile signore olandese di mezza età che, dopo aver sfoderato la foto della figlioletta, fa delle avance a Josh, il quale reagisce con violento disgusto. L'uomo si scusa e se ne va. Josh lo incontra di nuovo qualche giorno dopo quando, fuori da una discoteca, rischia di essere linciato da una baby-gang: solo l'intervento dell'uomo evita il peggio. Josh si sente in debito e questa volta è lui a scusarsi, e a offrire da bere al suo salvatore. A un certo punto si accorge persino di avere messo una mano sulla coscia dell'uomo, il quale lascia intendere di aver capito che Josh è un omosessuale ancora inconsapevole. Ma Josh non ha il tempo di capire a sua volta granché: prima cerca in tutti i modi di evitare contatti fisici con la ragazza che lo ha portato in discoteca, poi finisce a letto con lei e, infine, il giorno dopo si risveglia in mutande legato a una sedia in una fabbrica abbandonata, circondato da strumenti chirurgici. Una situazione che pone altre priorità che non fare chiarezza sul proprio orientamento sessuale.

Il povero Josh è vittima di un'organizzazione che procura a ricchi sadici giovani corpi da torturare fino alla morte prelevandoli proprio dall'ostello di cui i nostri tre eroi eterosessuali (?) sono ospiti. Josh è stato "richiesto" dal suo attempato corteggiatore, che si confessa anche chirurgo frustrato: il ragazzo viene così trapanato, tagliuzzato e infine sventrato e operato. Senza anestesia.

A giudicare dal tasso di maschietti che finiscono prede di questi facoltosi e disturbati torturatori della domenica, non pochi di essi sono da considerarsi implicitamente omosessuali. Uno parla in tedesco e ha tutta l'aria di essere un nazista ritiratosi a vita privata, giusto per non far mancare nulla a questa fiera di orrori conditi con i peggiori stereotipi del secolo passato. La sua vittima è Paxton: siccome è indeciso su come procedere (sparargli o farlo a pezzi con la motosega?), finisce col dare al giovane l'opportunità di scappare. Alla fine Paxton incontra nuovamente l'olandese su un treno. Lo segue fino ai bagni di una metropolitana, nei quali si vendica amputandogli alcune dita di una mano, infilandogli la testa nella tazza del cesso e quindi sgozzandolo con un bisturi (nel successivo "director's cut" il finale è stato cambiato in favore di una vendetta più sottile: il sopravvissuto rapisce la figlioletta dell'uomo sotto i suoi occhi).

Non mi sembra ci sia molto da aggiungere a questo ritratto primitivo e insultante dell'omosessuale come mostro seduttore che, dietro la facciata educata, ancorché piuttosto viscida, nasconde gli istinti più indicibili e sembra non aver altro scopo che fagocitare i figlioletti inermi della buona società civile, i quali, poverini, sono solo alla ricerca di occasioni per sfogare la loro incontenibile eterosessualità giovanile.

Non occorre aggiungere alcunché nemmeno sul contrappasso finale che viene riservato all'omosessuale, né merita altre parole il film stesso, fiera del cattivo gusto priva di qualsivoglia forma di tensione o suspense, che finisce col puntare solo al disgusto, sfondando per altro una porta aperta da almeno trent'anni. Hostel non è infatti altro che una variazione granguignolesca del filone slasher (quello in cui un gruppo di ragazzini viene massacrato da qualche adulto incattivito).

Per amore di completezza, e per collocare questo ritratto esemplarmente omofobo nel giusto contesto, vale la pena sottolineare che l'autore del film dà inoltre prova di abbondante xenofobia (per non parlare della sua evidente misoginia): il ritratto che fa dell'Europa dell'Est ricorda la Transilvania di Stoker e dei film di vampiri di oltre mezzo secolo fa (dove tutti sembrano parte di un complotto segreto) o altrettanto ammuffiti luoghi comuni dei tempi della guerra fredda. In più le ragazze sono tutte baldracche e gli uomini magnaccia, sicché i bambini sono lasciati soli a se stessi e fanno branco, andandosene in giro a sfondare la testa di chi non dà loro le caramelle.

Questa perla di cattivo gusto è prodotta da Quentin Tarantino, il cui nome è stato utilizzato in abbondanza per il lancio pubblicitario del film. Che dire? Lupus in fabula, se si considera la celeberrima macchietta omofoba del torturatore sodomizzatore di Pulp Fiction.

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