Gli sterminati campi della normalità

19 giugno 2013

Il romanzo di Nick Burd appartiene al genere di libri sui quali diventa difficile pronunciare un giudizio equanime, perché i meriti e i demeriti della scrittura sono distribuiti sì da rendere l'opera da un lato vivamente apprezzabile, dall'altro innegabilmente convenzionale. Mi spiego meglio. La vicenda si basa su d'una serie di luoghi comuni ormai canonici nelle storie di adolescenti, e soprattutto di adolescenti gay, della provincia americana: il protagonista è un ragazzo carino ma diverso dalla massa (benché, nel nostro caso, non radicalmente diverso) che frequenta la solita scuola superiore piena di atleti decerebrati e omofobi e di ragazzine imbecilli e omofobe, ha il canonico padre fiducioso nei valori americani e nell'etica del lavoro e la canonica madre dal carattere alquanto instabile, che pasteggia a psicofarmaci (e i due sono anche sull’orlo del divorzio), una specie di boyfriend stella scolastica del football (americano) e bisessuale che non si accetta, un'amica scema, imbranata e innamoratissima di lui, e un desiderio intenso di andarsene dal Midwest, dipinto non a caso come un ambiente mortifero; poi arrivano anche un'amica dalla California, lesbica e disinvolta, e un affascinante pusher ovviamente gay per nulla imbarazzato, col quale vivere una bella storia d'amore con allegro contorno di scene campestri e notturne, canne e rockettari un po' fatti di varia roba. Osservo, di passata, che per la mia sensibilità queste atmosfere sono ancora più esotiche e distanti d'una festa dalla Duchessa di Guermantes: si tratta d'un mondo tanto lontano dalla mia esperienza (vissuta o fantastica), che non riesco, di fatto, ad avvertirvi a primo acchito un vero potere d'identificazione - un po' come mi accade quando guardo i film dei fratelli Coen. Eppure in mezzo a tanta convenzionalità ed estraneità di soggetti e, tutto sommato, anche di stile, percepisco un sentore di autenticità e di vita che mi fanno apprezzare le pagine di Burd. Basta pensare al passo felicissimo in cui Dade, il protagonista, si allena al coming out dichiarandosi agli oggetti della sua stanza, o alle descrizioni dell'innamoramento e dell'emozione davanti alla bellezza dei ragazzi. E c’è anche qualche venatura di sana ironia sulla beceraggine culturale della provincia americana, come quando la mamma di Dade commenta “La sorella di Alex è in Europa. È dove stiamo per andare. Che coincidenza.”: la povera sciuretta dell’Iowa non distingue Lisbona da Leopoli, Catania da Copenaghen; c’est la même chose. Può darsi benissimo che la semplicità, l'ingenuità, la sensazione di freschezza lieve che donano sorriso a tali episodi siano studiati a tavolino da un autore ben consapevole di ciò che piace al suo pubblico; ma perfino questi sospetti degni del più arcigno seguace della Scuola di Francoforte si stemperano e presto dileguano durante la lettura, perché quando un libro è scritto con cura e sa toccare le corde dell'emozione con delicatezza significa ch'è un libro valido. Nel caso di Burd rimane anzi tale perfino ad onta d'uno stile piuttosto elementare, grazie proprio alla sfumatura di bonarietà e alla leggerezza che al piacere del racconto lo scrittore sa infondere. Temo però che il traduttore italiano finisca per strafare, se l'allergia ai congiuntivi che mostra in varie occasioni dipende da una scelta stilistica: in italiano, mi spiace, ma evitare i congiuntivi quando servono non suona semplice, familiare o colloquiale: suona sgrammaticato e basta.
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