Doppia vita di Rimbaud, La [2008]. Un Rimbaud "diverso"

Per chi avesse letto biografie più dettagliate su Rimbaud, come quella di Enid Starkie, quest'agile sintesi di 186 pagine potrà sembrare un po' striminzita.
In realtà, Edmund White è solo riuscito nel difficile compito d'essere essenziale, strizzando la fluviale letteratura (biografica e un po' anche critica) su Rimbaud nello spazio d'un libriccino destinato a una collana dal numero di pagine contenuto.

La differenza principale rispetto ad altre biografie è che White è gay dichiarato, e finalmente non esita a prendere di petto l'omosessualità di Rimbaud, che misteriosamente continua ad essere il boccone amaro che i suoi estimatori, critici e studiosi non riescono in nessun modo a mandar giù.
Ora, nutrire questo prurito censorio e zitellesco è semplicemente idiota quando si parla d'un poeta che racchiuse la totalità della sua produzione in un brevissimo giro d'anni, che sono poi gli stessi anni della sua relazione con Paul Verlaine e della maturazione del distacco da lui. E non fu una coincidenza.

La relazione è qui descritta nei suoi anni a Parigi, a Bruxelles e a Londra, accanto a qualche raro accenno ad altre frequentazioni omosessuali di Rimbaud (Charles Bretagne, Germain Nouveau, Djami), su cui però White non ha lo spazio o la voglia per approfondire.
Infatti, contrariamente a quanto si potrebbe temere, l'aspetto omosessuale della vita di Rimbaud è sì discusso apertamente, ma sempre mantenendo una sorta di educato pudore, senza mai entrare nei gorghi psicoanalitici dei biografi precedenti.
E va bene così, è così che dovrebbe sempre essere. L'omosessualità è un dato, solo questo, non è da censurare e non è da esaltare per un malintesto senso di "maledettismo".

Al tempo stesso White è molto pragmatico, e scrosta la patina di maledettismo costruita attorno al personaggio (a partire dal diretto interessato, che fu il primo a "posare" a maledetto), mostrando quanto conformismo ci fosse in realtà nella sua ribellione (a iniziare dal rapporto da "bamboccione" con la madre, da cui tornò sempre, dopo ogni colpo di testa).
Quanto a Verlaine, esce da queste pagine come un omosessuale pieno di contraddizioni, che fecero del male a se stesso, alla moglie e alla madre, ma che paradossalmente riuscì nello sforzo d'essere il migliore poeta cattolico dell'Ottocento francese.

Il vantaggio di White è che a differenza dei suoi predecessori non è morbosamente attratto dalla relazione omosessuale tra Verlaine e Rimbaud. Per lui questa è solo una relazione delle tante che ha conosciuto - e vissuto. Un dato di fatto, ma nulla di più.
Finalmente scompare quindi la puzza di zolfo, la trasfigurazione in demonio di Rimbaud, l'evocazione del Male ogni volta che si parla di lui e dei suoi amori.

Rimbaud ne esce come un ragazzo nevrotico, ma precocissimamente capace d'intuizioni artistiche in grado di sovvertire la concezione che della poesia ha la sua epoca.
La sua parabola artistica si conclude molto precocemente non solo perché la società non è in grado di capirlo, ma anche e soprattutto per il suo gusto infantile di insultare, offendere, umiliare tutti coloro che avrebbero potuto aiutarlo a farsi conoscere.
Nel giro di pochi mesi Rimbaud si fa "terra bruciata" attorno, e non perché sia omosessuale, non perché la sua poesia sia troppo audace, ma perché ha confuso troppo la letteratura e la vita, senza capire che atteggiamenti letterari affascinanti, nella vita reale costituiscono solo sintomi di pazzia. O almeno, vengono interpretati come tali.

Conclusa la "stagione all'Inferno", lui stesso intese rinnegare quei comportamenti, nello sforzo di costruirsi una vita degna di questo nome.
Ed è particolarmente divertente osservare assieme a White come l'omosessualità, vissuta con tanta sfacciataggine, nella sua poesia venga poi camuffata, nascosta, discussa solo attraverso immagini "in codice".
In effetti, negli anni successivi Rimbaud farà di tutto per scrollarsi di dosso la nomea di omosessuale, tanto nei comportamenti pubblici quanto nelle dichiarazioni.

Non ho trovato elementi nuovi sulla vita di Rimbaud in questa biografia, ma vi ho trovato un approccio radicalmente nuovo, e per questo interessante.

Vi ho trovato un Rimbaud più umano e meno satanico, scrittore e non Vate, un essere umano che

"arrivato a ventun anni, dimostrava un forte bisogno di ambiare completamente la propria vita e tenersi lontano dal mondo letterario, dove si era guadagnato soltanto una pessima reputazione.
Oggi lo vediamo come un poeta potente e di successo, ma lui si riteneva un fallito. Aveva interrotto gli studi senza ottenere il baccellierato, necessario per insegnare nelle scuole francesi; a Parigi era noto come uno scellerato e un poco di buono, e soprattutto come un omosessuale, dovunque andasse era seguito dallo scandalo.
Sarebbe dovuta passare una quindicina d'anni prima che la Parigi letteraria fosse disposta a riconoscere Rimbaud come il padre della poesia moderna. E ci si può chiedere se mai sarebbe riuscito ad assurgere a quella posizione se fosse vissuto più a lungo, specialmente in Francia" (p. 144).
E a me rivederlo in questa luce più umana, sinceramente, non è affatto dispiaciuto.
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Altre recensioni per Doppia vita di Rimbaud, La

titoloautorevotodata
La doppia vita di RimbaudFrancesco Gnerre
25/04/2011

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