Gerontofilia, la nuova rivoluzione?

30 dicembre 2014

Il cinema di LaBruce mi ha sempre dato l’impressione di essere troppo libresco e meditato per riuscire appassionante e convincente. Anche nelle sue prime prove, nonostante fossero legate a un immaginario erotico molto particolare proprio del regista (il porno punk gay), il lessico appariva troppo ligio al manualetto del bravo allievo di una certa sinistra politicamente corretta, quella uscita non più tanto dai circoli politici, quanto dai banchi dei corsi di gender studies dell’università. Allievo di Robin Wood, LaBruce ha presto abbandonato le ambizioni di carriera accademica riversando nel suo cinema un eccesso di didascalismo che ha cercato di compensare con infusioni di carica erotica spinte fino alla pornografia, che avrebbe voluto provocatoria. Nondimeno, l’apparato ideologico suonava sempre troppo risaputo, persino rétro, per essere personale o anche solo attuale, nonché troppo serioso e ambizioso per risultare almeno ironico. LaBruce dà sempre l’impressione di voler dare l’impressione di giocare, ma sotto sotto si sente che ci crede davvero e che prende queste cose sul serio. Ci tiene, in altre parole, a mostrare di essere un allievo diligente che ha fatto bene i compiti, per quanto non sappia andare molto oltre la ripetizione di quello che ha imparato. Il risultato è palese anche in quegli esiti più rifiniti che tentino di uscire dall’ambito circoscritto di festival specializzati e circuiti underground, come Otto; or, Up with Dead People, metafora gradevole ma troppo in ritardo dell’avvento dell’Aids, e appunto Gerontophilia.

L’aspetto di quest’ultimo film è probabilmente il più laccato, ordinato e “mainstream” cui LaBruce si sia prestato, benché alcuni limiti tecnici e di budget risultino evidenti (soprattutto nella soglia piuttosto bassa di dramma cui la modestia degli attori riesca a dare credibilità). Ma è un tipo di cinema che a LaBruce (come regista) non è familiare: il racconto ne esce mal condotto e debole nei suoi risvolti, che mancano di effettiva necessità.

Nondimeno, LaBruce non rinuncia a inserire un personaggio che gli faccia da portavoce, quello della fidanzata del giovane Lake, la quale giunge a elaborare ad un tempo l’omosessualità e la gerontofilia dell’ormai suo ex attribuendo a quest’ultima una carica rivoluzionaria che tuttavia suona come una tardiva, epidermica ripresa di concetti post-sessantottini, o al massimo foucaultiani (quindi siamo comunque fermi alle riflessioni di trenta-quarant’anni fa). Il vero problema non è però tanto in questo omaggio che LaBruce fa a se stesso, quanto nel fatto che Gerontophilia dimostra proprio il contrario di quello che vorrebbe sostenere, sconfessando ogni portato politico: la passione del ragazzo per l’ottantaduenne non porta infatti a nessun dramma consistente che ne testimoni il reale valore rivoluzionario. Non vi è situazione che prometta contrasti o persino dramma che porti davvero ad attriti consistenti, soprattutto con figure di qualche autorità, si tratti di colleghi, superiori o semplicemente la madre. Quando le ragazzine notano l’erezione di Lake dopo il salvataggio in piscina di un anziano infartato, ridono e tutto finisce lì. Quando l’infermiera capo trova Lake in mutande accanto al letto di Peabody, lo fa rivestire e tutto finisce lì. Quando la fidanzata scopre l’album dei ritratti di anziani nudi disegnati da Lake, piange qualche lacrima, si convince che Lake sia un rivoluzionario e tutto finisce lì. Quando il collega scopre Lake baciare Peabody e lo dice a tutti, la mamma piange qualche lacrima, cade dalle scale e tutto finisce lì. Quando Lake rapisce Peabody dall’ospedale nessuno li cerca, e quando riporta un cadavere nessuno si (o gli) pone domande. Come si può fare una rivoluzione in una società che non reagisce, non si oppone, non si scandalizza? Si può solo affermarla a parole per amore di tradizione, come fa qui LaBruce.

Alla fine Lake cammina sorridente e soddisfatto per strada dopo aver salutato un nuovo vecchietto: ha evidentemente, nelle intenzioni del regista, conquistato l'orgoglio di essere gerontofilo, ma anche, verrebbe da dire a me sollevando qualche sarcastico dubbio sul portato ideologico del film, l'orgoglio di essere riuscito a seppellire l'amore per Peabody prima ancora del cadavere dell'anziano amante…

Infine, evidentemente con l’intenzione di interpellare un pubblico più ampio del suo solito, LaBruce rinuncia a qualsiasi provocazione visiva: abbandonato l’hardcore di altri esperimenti (ultimo in ordine di tempo L.A. Zombie), qui non si va oltre qualche bacio e qualche carezza, un fugace nudo d'anziano (prudentemente sublimato da impellenti esigenze artistiche del suo seduttore), un giovane in mutande e molte dissolvenze. Inoltre, l'attenzione è tutta per il giovane e per il suo corpo, non certo per quello degli anziani: lo si vede molto bene nella sequenza in cui il ragazzo si offre a un degente dell'ospizio: le inquadrature sono tutte sulla sua avvenenza, è lui al centro dell'attenzione degli sguardi (inclusi quelli del regista), è l'anziano il fortunato e non certo il contrario. Nella qual cosa vedo ben poca trasgressione.

Nel complesso Gerontophilia sembra l'innesto di un tipico film di coming out su un tipico road movie sentimentale, fusi insieme da una fuga dall’ospizio (un po’ come in Cloudburst). Con la differenza che a dover emergere dall’armadio non è semplicemente l’omosessualità ma anche la passione per gli anziani. Tuttavia, che la gerontofilia abbia un qualche valore di contrasto sociale, e che questo sia paragonabile a quello dell’omosessualità, o che aumenti l’eversione dell’essere gay nell’eventuale combinazione delle due cose, rimane tutto da dimostrare, e di certo non è quanto riesce a fare questo film innocuo.

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