Golden States

20 luglio 2015

I was working in a bar and I suddenly had this vivid image of myself at sixty, still in the bar, still talking about the novel I was going to write someday. So I said to myself, “Sit down now and finish something. It doesn’t matter what. Just start it at the beginning, write through the middle and reach the end and then stop.” And that was that book. It came out very quickly. And it’s true. It does contain some of the people I seem to have continued to write about. Boys looking for something, women looking for a way out. I never felt good about that book, because I wrote it too fast. Because I knew it wasn’t the best book I could write. (B. Shoup,”Interview: Michael Cunningham” in Other Voices, vol. 37, 2008)

Con queste parole Michael Cunningham, premio Pulitzer per Le ore, ha ostracizzato il suo romanzo d’esordio, Golden States (1984): opera prima che, infatti, è quasi del tutto introvabile ed è possibile leggere esclusivamente in lingua inglese. Solo numerosi anni dopo l’autore si dedicherà alla sua prima storia ufficiale, Una casa alla fine del mondo, abbandonando quello che ha sempre considerato uno sforzo giovanile malriuscito, il risultato di pressioni imposte a se stesso di scrivere qualcosa entro i trenta anni. In effetti, lo stile di scrittura è ancora poco maturo, eccessivamente patinato nelle sue troppe similitudini e immagini paesaggistiche e la trama scorre lenta, relegando l’ottima sezione relativa al viaggio del protagonista solo alla coda, ma, considerandolo come un’opera giovanile, il risultato non è così negativo come si potrebbe evincere dalle parole dello stesso autore.

Si tratta di un romanzo di formazione, un genere che Cunningham riprenderà, insieme alla tematica omosessuale, nel ben più riuscito e toccante Una casa alla fine del mondo e di una riflessione sulla famiglia, affrontata in seguito con maggiore lirismo e profondità in Carne e sangue. Il protagonista di Golden States è David, un ragazzino di dodici anni che vive in una California del Sud popolata dai coyote durante gli anni Ottanta con la madre e la sorellina di dieci anni, Lizzie, dato che il violento padre si è trasferito e risposato. La sua vita tranquilla – ad eccezione del turbolento rapporto con l’ex amichetto Billy, che ora si diverte a vessarlo – viene sconvolta dal ritorno a casa di Janet, la sua sorellastra ventitreenne avuta dalla madre nel precedente matrimonio, la quale ha appena lasciato il ragazzo che intendeva sposare, Rob, ed è indecisa su quale strada prendere nella propria vita. La storia ci mostra le due settimane successive, nelle quali David esce dal mondo dell’infanzia ed entra, a causa della fuga notturna di Janet, nel mondo dell’adolescenza: deciso a far tornare sui propri passi l’amata sorellastra, il ragazzo si mette su un autobus e inizia la propria traversata in direzione San Francisco, concedendosi anche qualche passaggio in macchina, uno dei quali è l’affascinante trentenne Warren. Inconsapevole dell’età di quella che sembrerebbe essere una marchetta, riuscirà a rubargli un bacio, prima della fuga e poi della curiosità del giovane protagonista.

Se Cunningham avesse dato maggiore spazio a questo viaggio on the road – topos della letteratura americana – e ai sentimenti di David dopo un avvenimento così importante come un bacio con una persona dello stesso sesso, Golden States avrebbe potuto essere un grande romanzo, come alcuni di quelli scritti dall’autore. Concentrandosi, invece, per troppe pagine sulle ordinarie e quotidiane dinamiche familiari, come mosso dal timore di non approfondire psicologicamente i suoi personaggi, lo scrittore ha tarpato le ali alla sua penna, già, comunque, creativa e interessante.

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