I like my men like I like my coffee... incapable of loving me back

10 marzo 2020

Per qualche oscura ragione, Trixie Mattel ha sempre faticato a fare breccia nei cuori dei fan di RuPaul’s Drag Race: dopo l’eliminazione precoce dalla settima stagione, è andata avanti a costruirsi una solidissima carriera al di fuori del programma (tra progetti musicali, webserie e linee di cosmetici). Quando è tornata a competere nella terza edizione All Stars del programma, ha vinto tra le polemiche: il suo trucco sfacciatamente artificiale, il suo mondo un po’ redneck e il suo umorismo deadpan ricordano più la Divine degli anni ‘70 che le drag queen che vanno per la maggiore tra il pubblico più giovane, quelle formato Instagram, tutte grandi firme, imitazione femminile e danze conturbanti.

Ciò detto, Mattel (all’anagrafe Brian Firkus) continua imperterrita a produrre materiale audiovisivo di alto livello. A due anni di distanza da One Stone, è tornata innanzitutto con un bellissimo documentario autobiografico (Trixie Mattel: Moving Parts), in cui mette a nudo la sua introversione, senza remore nello svelare il drag per quello che è: un lavoro. Mentre questa forma d’arte prende una piega sempre più mainstream e strizza sempre più l’occhio alle giovani generazioni, Mattel emerge in questo film come una vecchia nonna saggia e responsabile nel corpo di un trentenne: anziché prendere lezioni di vogueing, paga le bollette del gas alla madre; anziché fingere che le piaccia sottoporsi a tre ore di meet & greet, chiede ai suoi fan di smettere di raccontarle di quella volta che volevano togliersi la vita, e così via.

Mattel è però tornata soprattutto con un nuovo album, Barbara. In termini di arrangiamento e produzione, le atmosfere sono leggermente meno country/folk e un po’ più pop, fermo restando che la scrittura dell’artista è saldamente ancorata agli standard di una Dolly Parton o di una Loretta Lynn: arguti giochi di parole, non più di quattro accordi, nostalgia e malinconia sempre dietro l’angolo. Mattel è rimasta imbattibile quando si tratta di scrivere e cantare una ballad sommessamente strappalacrime: in questo nuovo lavoro, infatti, il pezzo forte è senz’altro Gold, una canzone d’amore finito per cause naturali. Nessuno ha tradito, nessuno ha mentito, nessuno si sta stracciando le vesti: semplicemente “l’oro se n’è andato, e l’erba nel giardino sta diventando grigia”. Dal contegno di una situazione così convenzionale, Mattel riesce a tirar fuori tutto il sentimento con un paio di strofe ben assestate e un ritornello che si scioglie nel ricordo di un motivetto amoroso du-du-da-da-da.

Da segnalare anche Stranger, cover di una canzone del 1973 (I Can’t Shake the Stranger out of You di Lavender Country, il primo cantante country dichiaratamente gay nella storia del genere musicale): in questo inno agli one-night stand, Mattel fatica a superare la sensazione di accompagnarsi a un perfetto sconosciuto, anche quando il suddetto sconosciuto tenta di andare più a fondo. Sono molto gradevoli anche Jesse Jesse, in cui si innamora di un uomo sposato (l’attore Jesse Eisenberg?) e I Don’t Have a Broken Heart, la più classica – dunque efficace – delle canzonette country su questo album.

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