Weekend

19 giugno 2012

A giudicare dalla produzione complessiva del cinema gay, si direbbe che non vi sia nulla di più complicato del raccontare la nostra quotidianità. Quanto più le storie si semplificano e si riducono ai minimi termini, tanto più risulta difficile dare loro un senso, un valore in qualche modo emblematico, che le renda interessanti, meritevoli di essere ascoltate. L'underground gay che ha rifornito negli ultimi trent'anni i festival specializzati ha saputo raramente trovare la formula giusta, oltrepassando quasi sempre il limite della trivialità per limitarsi a raccontare (male) storie insulse di persone che non vorremmo né come fidanzati né come amici, perché alla noia dobbiamo pur sempre sopravvivere anche nella nostra vita di tutti i giorni.

Weekend riesce in quest'impresa che pare ai limiti dell'impossibile. Il felicissimo esordio nel lungometraggio di finzione di Andrew Haigh, regista e sceneggiatore (oltreché montatore), racconta un fine settimana della vita di due ragazzi inglesi di Nottingham, Russell e Glen, che si incontrano per caso in un locale, vanno a letto, si corteggiano per un giorno, si innamorano e si lasciano il giorno dopo, perché Glen deve andare in America a lavorare. Una vita intera in un weekend: è questa la formula vincente di Haigh. Quella di Russell e Glen è infatti una relazione intensa che ha la semplicità e la complicazione di tutte le storie degne di essere raccontate: possiamo riconoscerci persino nell'assenza di necessità di certe svolte, perché è semplicemente così che vanno spesso le cose. È il caso della partenza di Glen, che fugge la relazione per motivi mai chiariti: pur essendo evidentemente innamorato di Russell, è stato segnato da un amore finito male di cui sappiamo poco e non vuole nuovi rapporti.

Il film affronta senza didascalismi temi sostanziali del cinema omosessuale, grazie al contrasto fra i due protagonisti, che non è solo caratteriale ma anche di maturità politica. Glen è un militante in pectore, che ha fatto coming out a sedici anni con una formula meravigliosamente scorretta (ha detto ai genitori: «Natura o educazione, la colpa è vostra, quindi fatevene una ragione»), ha realizzato di essere gay masturbandosi davanti al Rupert Graves di Camera con vista (la mia generazione comprende, sottoscrive e ricorda con nostalgia), e ha realizzato anche che non gliene importava niente di cosa pensassero gli altri quando il suo compagno di stanza è entrato proprio in quel momento e lo ha insultato. Ancora oggi Glen reagisce istintivamente a qualsiasi commento omofobo che gli capiti di sentire (quanto meno se ci sono quattordici piani di distanza fra lui e il teppista: non è un eroe, è una persona normale) e cerca di coniugare il suo spirito militante con le sue velleità d'artista. Ha infatti in piedi un progetto sul sesso occasionale, perché lamenta che i gay hanno paura di parlare della loro sessualità in pubblico per non disturbare la società eterosessuale. E nel progetto coinvolge tutti i suoi amanti registrandone le confessioni la mattina successiva, come anche nel caso dell'imbarazzato Russell.

Glen si comporta in modo sufficientemente coerente da essere credibile e in modo sufficientemente irrazionale da accrescere la nostra identificazione con Russell, che ha un carattere opposto: è timido e dolce, si innamora senza riserve e non sa contrariare nessuno, tanto da non respingere nemmeno lo "Hobbit" che lo avvicina in un locale, e per compassione non si rifiuta a nessuno dei suoi compagni occasionali, dei quali appunta le bizzarrie nel proprio diario. Non ha fatto coming out per la buona ragione che i suoi genitori non li ha mai conosciuti e perché, come spiega a Glen durante un pillow talk toccante, pur essendo pienamente felice di essere gay non è ancora capace di esprimere questa felicità fuori dalle mura domestiche. Ma non per le menose velleità di chi, con la scusa di non volersi definire, passa la vita a sfruttare i vantaggi guadagnati negli anni da chi di definirsi non ha avuto paura; ha solo bisogno di tempo e di qualcuno che lo aiuti a crescere. Glen riesce nell'intento, come succede nelle migliori storie d'amore: alla stazione di Nottingham finalmente Russell lo bacia in pubblico, anche se è il loro bacio di addio.

Un film senza fronzoli, intelligente, militante senza pedanterie, un melodramma realistico che ricorda tappe significative della storia interna del cinema gay, come Ai cessi in tassì o Nighthawks. Tom Cullen e Chris New recitano con affiatamento una bella sceneggiatura sostenuta da una regia senza esibizionismi: ad Haigh bastano poche inquadrature per rendere appieno la noia dei locali gay, l'esaltazione del trasporto erotico, la tenerezza delle attenzioni quotidiane, le attese e le speranze dell'affetto ricambiato, le delusioni e le sofferenze generate dalle esigenze proiettate sul partner.

Uno spaccato di vita autentica e un film esemplare, nella miglior tradizione del realismo inglese.

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