Intervista a Sergio Martino

28 marzo 2020

Sergio Martino è stato uno dei più duttili registi del cinema popolare italiano e ha avuto il proprio periodo aureo negli anni Settanta e Ottanta. Data la propria capacità di maneggiare con destrezza e astuzia i cliché dei generi più disparati, ha saputo passare con disinvoltura dal giallo alla commedia, dal poliziottesco all’avventura, dal western alla fantascienza. Nella sua filmografia abbondano inoltre dei personaggi che rientrano alla perfezione nello standard della rappresentazione caricaturale dell’omosessualità maschile (tra i più vistosi, l’appiccicoso passeggero gay di Giovannona Coscialunga), ma non mancano neppure le lesbiche voluttuose ed esibizioniste tipiche dei gialli all’italiana. Per questa ragione, Martino è stato intervistato per il documentario Ne avete di finocchi in casa? (2017) del collettivo GayStatale dell’Università degli Studi di Milano, dedicato alla rappresentazione degli omosessuali nel cinema “di genere” italiano. Riportiamo qui per esteso la trascrizione dell’intervista:



Secondo lei, a cosa si deve la proliferazione di personaggi omosessuali effeminati e caricaturali nel cinema degli anni Settanta? Già ce n’è erano stati in abbondanza negli anni Sessanta, però è negli anni Settanta che si registra un’esplosione assoluta.
In realtà nel cinema ci sono sempre stati, anche in passato, dei personaggi omosessuali, anche se si tendeva a non dire che lo fossero. Uno dei miei primi ricordi di questo tipo di rappresentazione è però legato al teatro, con Alberto Bonucci – del famoso trio Valeri-Bonucci-Caprioli, i Gobbi – che faceva delle imitazioni di animali, e in particolare di un pappagallo che sembrava avere quell’atteggiamento. Certo, l’esplosione degli anni Settanta è coincisa forse con una maggiore libertà di costumi, con la disponibilità della censura ad accettare anche personaggi “scabrosi”, ma in fondo si continuava soprattutto a sfruttare il potenziale di facile comicità determinato dal fatto che un attore si travesta da donna o assuma un atteggiamento effeminato. Anche i maestri del cinema italiano non si sono sottratti a questo meccanismo: penso ai travestimenti di Totò, per esempio.

In un Un turco napoletano, del ’53, Totò si faceva credere un eunuco per rimanere indisturbato in compagnia dei personaggi femminili. Allo stesso modo, Alberto Lionello in Signore e signori di Pietro Germi si fingeva impotente con uno scopo simile, fino ad arrivare a Lino Banfi, nel suo La moglie in vacanza… l’amante in città, che fa credere di essere gay per godere della compagnia di Barbara Bouchet.
Nei miei film, chi ha fatto più spesso ricorso a questi espedienti comici è stato forse proprio Banfi, anche se pure Pippo Franco, in Zucchero miele e peperoncino, si travestiva – e in modo neanche troppo macchiettistico – per spacciarsi per una cameriera...

e, da uomo etero, si trasformava in una donna lesbica, innamorata della padrona di casa, Dagmar Lassander.
Banfi però ha sempre avuto quella direzione “fissa”, e mi raccontava sempre di voler fare un film incentrato su un personaggio conosciuto nella sua infanzia nel paese natale: un anziano omosessuale. Voleva riproporlo in una chiave – diciamo – più sentimentale e forse anche drammatica, anche se per certi versi grottesca.

Fin qui abbiamo menzionato personaggi che si fingono omosessuali, ma nelle sue commedie, tra i personaggi secondari, ci sono parecchi gay, incarnati tra l’altro dagli specialisti in questo genere di interpretazioni.
Certo, Luigi Leoni e Franco Caracciolo sono stati spesso usati nel mio cinema, ma anche da molti altri negli stessi anni, in quella chiave. Caracciolo l’ho utilizzato, per esempio, ne L’allenatore nel pallone, in cui interpretava un radiocronista con un modo di fare saccente che nascondeva una certa vena di omosessualità. In Cornetti alla crema invece ho utilizzato Leoni facendogli fare il pretino, con un atteggiamento un po’ ieratico e nello stesso tempo un po’ femmineo.

La figura del sacerdote effeminato è un grande classico delle commedie italiane.
Negli atteggiamenti di molti prelati traspare l’omosessualità, e a volte anche una certa misoginia, atteggiamento diffuso che si è tradotto in un tentativo assurdo di castrare la sessualità maschile. La mia generazione è stata molto frustrata in tal senso. Io ho studiato al collegio San Giuseppe di Piazza di Spagna, e ricordo che ci facevano uscire da una porta secondaria che dava su Via del Babuino per evitare che incrociassimo le ragazze.

Si ricorda qualcosa in particolare delle indicazioni che dava a Caracciolo e Leoni al momento in cui dovevano entrare in scena?
Leoni era un vero personaggio nel modo di essere e di presentarsi. Dentro di sé aveva questa tacita accettazione del fatto di essere immediatamente percepito come omosessuale. Spesso, data la cattiveria e il machismo tipico delle troupe, alle sue spalle si faceva della facile ironia. Credo che dentro di sé patisse questa situazione, ma con me ha avuto un rapporto di rispetto reciproco. Dal canto mio, giocavo ironicamente sull’effetto comico che risultava dalla sua particolare gestualità. Anche nel caso di Caracciolo, che ho avuto anche in Mezzo destro mezzo sinistro con Gigi e Andrea, quando gli davo istruzioni sul modo di recitare, prendevo in considerazione che in lui fosse innato questo atteggiamento: non gli ho mai chiesto di sforzarlo, così come a Leoni non ho mai detto «mostrati un pochettino più omosessuale di quanto… [NdA: tu non sia]». Però non gli ho mai chiesto del loro privato!

Nei thriller italiani (e non solo) il lesbismo è visto invece in una chiave più nera, priva di umorismo. In “compenso”, però, è sfruttato in chiave erotica. Ciò vale anche per certi suoi film. Penso a I corpi presentano tracce di violenza carnale e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave.
Le scene erotiche sono cose che io ho sempre fatto di malavoglia. Nei primi anni Settanta, si voleva approfittare dell’apertura della censura verso le immagini più morbose, e quindi si sentiva quasi la necessità di inserire scene di lesbismo, soprattutto nei gialli. Ne I corpi presentano tracce di violenza carnale, la scena di sesso tra due donne (che penso non avessero inclinazioni lesbiche) era talmente malfatta che, rivedendola oggi, mi sembra inefficace sotto il profilo erotico. Forse ne Il tuo vizio è una stanza chiusa l’inserimento della stessa componente “morbosa” era più accettabile sotto il profilo della credibilità, essendo anche Edwige Fenech e Anita Strindberg più qualificate come attrici.

In quel caso, perlomeno, il rapporto lesbico aveva una collocazione all’interno della trama, non era “accessorio”, mentre ne I corpi presentano tracce di violenza carnale le effusioni tra le due ragazze sembrano un’esplicita strizzata d’occhio allo spettatore-voyeur, identificato con lo scemo del villaggio che le spia. In un altro momento, la ragazza nera, quando l’altra percepisce una presenza sinistra in lontananza, dice addirittura: «Sarà il solito guardone», come se desse per scontato di essere perennemente osservata, mentre è assieme alla compagna.
Ripeto: nella maggioranza dei casi l’unica ragione di quelle scene erotiche stava nelle esigenze distributive. Come per le parolacce nei film comici: chi ha sdoganato le parolacce nel cinema sono stati Sordi e Gassman ne La grande guerra, con il famoso scambio di battute «Chi siete?» «Semo l’anima de li mortacci tua!», che scatenò esplosioni di risa nelle sale. Da quel momento, se non si metteva un «li mortacci tua» o un «figlio di puttana», sembrava quasi che la gente non potesse ridere.

Se tornassi a girare quei gialli, quelle scene non le rifarei, probabilmente. L’efficacia della morbosità secondo me era più nelle intenzioni che nel risultato, ma in quegli anni si cercava di essere plateali in tutto perché l’Italia era cambiata completamente. La mia generazione era nata con l’immaginare piuttosto che con il vedere, ma poi siamo arrivati a questa fase di spettacolarizzazione, spesso elementare, che ha tolto fascino a tutti gli aspetti della sessualità.

Scene che prevedessero un coinvolgimento carnale tra uomini immagino che non si potessero neanche pensare, in quel periodo.
No, perché il mondo maschilista “accettava” l’omosessualità femminile e non quella maschile. Chi faceva cinema, lo faceva guardando verso il basso. Persino nelle locandine – se ci fai caso – si mettevano sempre le donne al centro, nella speranza di attrarre un certo tipo di pubblico.

Tornando a lei, le tematiche LGBT le hanno mai ispirato qualche storia al di là dei codici del cinema di genere?
Alcuni anni fa, negli anni d’oro del leghismo e del machismo ad esso collegato, ho scritto una bellissima storia che poi non è stata realizzata. Il titolo sarebbe stato Girasoli scuri. Parlava di un ragazzo, figlio appunto di un leghista, che lasciava l’Italia per la Francia, e in seguito si ripresentava come donna al padre, il quale non sapeva nulla di questa trasformazione. Il film voleva essere un modo per raccontare la difficoltà delle persone trans di inserirsi nella società. Mi spiace molto di non averlo fatto, ma non avevo ancora trovato la persona giusta per interpretare il ruolo principale, volevo qualcuno che fosse credibile nella parte di una trans, per evitare scadimenti. Se potessi riproporre la sceneggiatura lo farei, ma non per dirigerlo io, il film. Ormai penso che sia inutile pensare di tornare a fare cinema, perché è un mestiere faticoso e che comincia ad annoiarmi molto.

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