Intervista a Enrico Vanzina

23 marzo 2020

Nel marzo del 2016 lo sceneggiatore Enrico Vanzina si è prestato a rilasciare un’intervista riguardante la frequente presenza di personaggi omosessuali – in gran parte gay giocati su un registro buffo o semiserio – nei film da lui sceneggiati, e diretti dal padre Steno o dal fratello Carlo (scomparso nel 2018). L’occasione per l’incontro con Vanzina è stata offerta dalle riprese del documentario Ne avete di finocchi in casa? del collettivo GayStatale dell’Università degli Studi di Milano. Da molti anni collaboratore e opinionista per quotidiani quali il Corriere della Sera, Il Messaggero e Il Giornale, Vanzina ha messo in relazione il proprio modo di dipingere i personaggi gay con le proprie convinzioni politiche di destra e – dettaglio interessante – si è presentato al nostro appuntamento con degli appunti. Indizio forse, oltre che di umiltà, di una sincera volontà di dissipare una volta per tutte (?) i fraintendimenti circa le intenzioni sottostanti al particolare (e comprensibilmente discusso) tipo di rappresentazione offerto da lui e dal fratello nella loro filmografia ultra-quarantennale.

Nei film da te sceneggiati dagli anni Settanta in poi, la presenza di personaggi omosessuali è quasi una costante. A cosa si deve questa scelta?
Facendo cinema popolare si dà uno sguardo sulla società per com’è, per com’era o per come sta diventando. Evidentemente il problema cinematografico di come rappresentare il mondo omosessuale è un tema enorme ed esistono caterve di libri su questo argomento. L’atteggiamento che ho avuto personalmente – ma che ho condiviso con mio padre Steno, quando ho lavorato con lui, e poi soprattutto con mio fratello – è stato, secondo me, un atteggiamento molto onesto. Io e Carlo siamo nati in una famiglia liberale – liberale com’erano i liberali allora – e non abbiamo mai pensato che ci fosse una differenza [NdA: determinata dall’orientamento sessuale] nel rapporto tra le persone; per cui il mondo gay è stato visto da noi come uno dei tanti aspetti della società italiana. E all’interno di questo mondo enorme e variegato si può anche scherzare, perché così come si rappresentano i difetti, i vizi o le debolezze dei personaggi etero, è indubbio che anche all’interno del mondo gay ci siano dei personaggi buffi. Quando si fa una commedia, si deve poter scherzare su tutto: sul macho, sull’arricchito, sul cafone, sul nobile. Per cui non abbiamo mai pensato di essere scorretti, perché li abbiamo rappresentati in una gamma quanto più possibile ampia.

Credi che il giudizio dei militanti gay sia stato troppo severo nei vostri confronti?
Io credo che ci siano stati dei film offensivi nel corso della storia, ma che il cinema comico sia stato fonte di grande linfa [NdA: per quanto riguarda il miglioramento della rappresentazione dell’omosessualità]. Non che lo dica a mia difesa, lo penso davvero a distanza di anni: ho i capelli bianchi e non ho bisogno di nascondere nulla. Da una parte del mondo gay invece ci è arrivato molto astio e un’aggressività che forse compensava le rivendicazioni che non erano ancora state accolte. Adesso però vedo che le cose sono totalmente cambiate e che si può ragionare in maniera più tranquilla sull’argomento. In alcuni dei nostri film, poi, la questione dell’omosessualità ha una rilevanza anche sociale, e lì c’è uno sguardo molto preciso e molto “pro”. In altri casi invece i personaggi gay sono stati dipinti a mo’ di sketch, di apparizioni. A questo proposito, mi torna in mente il nostro primo film, Luna di miele in tre (1976), in cui – per fare un piccolo salto mortale – avevamo scelto un attore americano di culto che si chiamava Harry Reems, il protagonista di Gola profonda… un pornodivo, insomma, il Rocco Siffredi americano, per fargli fare un personaggio gay. Ci divertiva proprio questo scambio: prendere il macho etero per eccellenza dell’epoca per fargli fare l’omosessuale.

Parliamo dei film in cui il tema dell’omosessualità è centrale.
Ne ho fatti tre proprio sull’argomento, e uno di questi è La patata bollente, che ho scritto insieme a Giorgio Arlorio. Un film buffo, ma allo stesso tempo capace di rompere un tabù. Affronta infatti un problema molto interessante, vale a dire il ritardo ideologico che aveva il mondo di sinistra – soprattutto quello più popolare, degli operai – nei riguardi del mondo gay. La questione è affrontata attraverso il personaggio di Pozzetto, un comunista duro e puro, un sindacalista, il quale capisce che l’atteggiamento dei suoi compagni è terribilmente razzista.

Una domanda aneddotica su La patata bollente: la libreria gay gestita da Massimo Ranieri con alcuni dei suoi “commilitoni” è ispirata ad un luogo particolare? Alcuni ritengono che possa aver preso spunto dalla Libreria Luxemburg di Angelo Pezzana a Torino.
Questo non lo ricordo, il film è ambientato in una città imprecisata. Quel che è certo è che abbiamo pensato a delle librerie gay esistenti. Ad esempio, mi ricordo benissimo che mio fratello, cinefilo spaventoso, trovò una libreria gay a Londra, alla fine degli anni Sessanta. Ci andai con lui e scoprimmo che i clienti andavano matti per Clint Eastwood. La cosa ci sorprese molto, non avremmo mai pensato che fosse un’icona gay.

Tornando agli altri tuoi film espressamente costruiti su tematiche omosessuali, uno è sicuramente Dio li fa e poi li accoppia.
Qui Lino Banfi interpreta un gay di una provincia un po’ chiusa e arretrata: è un personaggio leggermente caricaturale, come poteva farlo Banfi, ma con un’anima molto tenera, e ci sono alcuni momenti in cui viene fuori la sofferenza, addirittura il dramma di questo personaggio. Il terzo film è, naturalmente, Uomini uomini uomini, perché lì con Christian De Sica e con Giovanni Veronesi (che ha scritto il film insieme a me) abbiamo voluto dipingere uno spaccato interamente gay, che io reputo non solo totalmente rispettoso, ma anche di più. Quasi un manifesto “a favore”.

Però i personaggi di Uomini uomini uomini sono abbastanza maligni l’uno con l’altro.
Ti posso dire che ho avuto moltissime amicizie con dei gay – ne cito una sola, quella con Peppino Patroni Griffi, a cui volevo molto bene – e credo che la malignità sia uno degli aspetti più specifici del milieu omosessuale. La sensibilità del gay lo porta a essere molto critico con se stesso, ma anche spesso con gli altri: riesce a notare cose che gli altri non notano, per cui prova un certo divertimento nel mettere il suo prossimo sotto esame.

In Dio li fa e poi li accoppia sono presenti tematiche che oggi sono di scottante attualità: Lino Banfi insiste perché il protagonista Johnny Dorelli, un prete, gli permetta di sposarsi con l’amato…
Sì, beh, ovviamente non immaginavamo che l’argomento sarebbe diventato così sentito. Però spesso accade che le commedie, anche quelle più leggere, tocchino in anticipo dei temi che poi diventano importanti.

Ma voi pensavate che il pubblico avrebbe preso sul serio il tema del matrimonio o delle adozioni per i gay, oppure che li avrebbe visti come qualcosa di quasi fantascientifico?
Penso che i più li vedessero come una cosa futuribile, salvo quelli che all’epoca erano proprio contro i gay, ovvero la Chiesa e una parte della sinistra con dei dogmi ancora massimalisti. È curioso vedere come oggi siano gli ex-comunisti o gli ex-democristiani a spingere per arrivare al matrimonio gay. Fa sorridere la trasformazione delle ideologie.

Un altro film in cui la componente omosessuale assume un certo risalto è Vacanze di Natale, con il coming out come “bisex” di Christian De Sica…
Quella è una cosa che ho scritto proprio io: eravamo a Capri e dissi a Christian: «Guarda che il risvolto di questo personaggio sarà così…». Lui rise molto e l’idea gli piacque. Lì emerge, secondo me, una consapevolezza di quello che stava avvenendo in quel momento, cioè che tra le classi più ricche e abbienti, tra quelli che avevano avuto la possibilità di viaggiare e di andare all’estero, alcuni personaggi avevano la possibilità di fare outing [NdA: anche in altri interventi Vanzina usa la parola outing al posto di coming out], ciascuno a suo modo. Il personaggio di Christian è bello perché è confuso; trova il coraggio di dire ai genitori, entrambi molto retrogradi, di essere bisessuale… ma in realtà, secondo me, è gay e basta. Solo che non ne ha preso coscienza, essendo nato in un mondo e in una famiglia nel quale non è possibile essere del tutto così. Rimane quindi a metà dicendo «in fondo io vado anche con la mia fidanzata che ho portato dall’America», ma si intuisce benissimo che non è così. All’epoca comunque era molto avanti, questo sviluppo.

Il gusto per personaggi di questo tipo vi è rimasto fino a tempi molto recenti.
Io e mio fratello abbiamo creato un altro personaggio gay riuscito, ma comunque pieno di conflitti, per quanto il film sia ambientato ai giorni nostri: quello che Giorgio Pasotti interpreta in Un matrimonio da favola (2014). Nel film c’è una riunione tra compagni di scuola che non si vedono da tanti anni: lui è diventato gay e addirittura vive con un compagno, però non ha il coraggio di dirlo ai suoi amici, ma alla fine si libera con un outing anche abbastanza commovente e bello, almeno secondo me.

Nei vostri film invece la componente lesbica non è altrettanto presente…
Già, non abbiamo fatto molto su questo argomento, fatta eccezione per Sotto il vestito niente, che è la storia di un grandissimo amore, come si capisce dal finale in cui – subito prima che si getti dalla finestra – si capisce che Renée Simonsen era follemente innamorata della donna che ha ucciso. Nel sequel di questo film, L’ultima sfilata (2011), c’è invece un altro bellissimo personaggio gay fatto da un attore inglese di nome Richard E. Grant, che lo interpreta con una certa raffinatezza.

Tra i caratteristi specializzati nell’interpretazione di omosessuali, c’era o c’è qualcuno che preferivi?
In Estate al mare (2008), abbiamo avuto un attore meraviglioso: Gennaro Cannavacciuolo, perfetto per quel tipo di ruolo. Un’altra coppia bravissima in questo senso – che ha portato a teatro questo tipo di personaggi – è quella composta da Nicola Pistoia e Paolo Triestino, che abbiamo usato anche noi in una serie televisiva per delle situazioni nello stile del Vizietto. Strepitoso – in chiave però più drammatica – è anche Leo Gullotta in Uomini uomini uomini, ha una grazia particolare. Probabilmente, sentiva proprio il ruolo avendo vissuto la propria omosessualità in momenti in cui era più difficile esternarla, quindi ha portato nel film qualcosa di suo.

Tornando alle caratterizzazioni più leggere, in Mani di fata c’è un Maurizio Micheli davvero malizioso e divertente…
Micheli lo fa e lo ha fatto spesso anche a teatro ed è formidabile. Io ho avuto poi il piacere di lavorare tanti anni fa con Michel Serrault, in occasione de Il lupo e l’agnello di Francesco Massaro, e mi disse di essere torturato dal fatto di avere rappresentato questa specie di folle, la pazza totale de Il vizietto. Però mi diceva anche che spesso, per portare in scena un personaggio gay, l’etero lo fa meglio, almeno nel genere della commedia. Esattamente come il gay riesce a fare dei ruoli di amore etero meravigliosi. Lo scambio è curioso: la recitazione è un filtro che cambia le cose, no?

Eh sì, ma qui parliamo di attori di altissimo livello, invece c’erano molti specialisti nell’interpretazione di omosessuali che magari facevano solo quello perché reclutati nell’ottica di un malinteso realismo. Comunque Serrault ne Il lupo e l’agnello compiva una sorta di vendetta nei confronti del suo personaggio de Il vizietto.
Sì, interpretava un finto gay, un parrucchiere che per comodità professionale si spacciava per tale.

E sembrava quasi avere un astio verso questa sua “seconda natura”, verso questa maschera.
Era feroce, sì. Ma lo era probabilmente lui stesso come persona: era davvero ossessionato dall’idea di essere rimasto imprigionato in questo ruolo. Ripensando ai film con tematiche gay che hanno fatto scalpore all’uscita, mi viene in mente quell'episodio di Sessomatto (1973, Dino Risi) con Alberto Lionello e Giancarlo Giannini. Ecco, quello è un esempio di come le commedie all’italiana, se fatte da persone tolleranti e soprattutto intelligenti, potevano affrontare il tema divertendosi e divertendo. Ho conosciuto molto bene Risi: lui aveva una certa simpatia per il mondo gay, mentre c’erano diversi attori che avevano un problema con esso. Ad esempio, il più grande attore che il nostro cinema abbia mai avuto, Alberto Sordi, aveva certamente una resistenza nei confronti del mondo omosessuale… perché non lo capiva, perché era strutturato mentalmente in un altro modo. Risi, invece, essendo un altro liberale, aveva una dimestichezza totale, con quel mondo, faceva parte della sua quotidianità. Se adesso mi sentono i militanti cattivi dicono «Questo è matto», ma per molte persone che hanno fatto spettacolo – tipo mio padre, tipo me, tipo Dino Risi e tantissimi altri – non c’è mai stato un problema rispetto agli omosessuali: abbiamo affrontato questo aspetto della società con assoluta tranquillità.

Se dovessi trovare un aggettivo per definire il modo in cui gli omosessuali venivano caratterizzati nel cinema popolare, quale sceglieresti?
Beh, non era mai razzista secondo me, ma era una scorciatoia per far ridere.

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