Queer as Folk: l'eversione come autolesionismo

7 maggio 2004

È la serie che negli ultimi anni ha fatto maggiormente discutere, soprattutto per le sue scene di sesso piuttosto esplicite e certo inedite per la televisione. Basta ricordare che in Italia la serie è stata acquistata e mai trasmessa da La 7, e quindi ceduta a Gay Tv.


Ci troviamo in qualche modo al polo opposto rispetto alle esasperanti titubanze di Dawson's Creek, con la sua quinquennale frigidità travestita da sensibilità melodrammatica.
Queer as folk alterna schermaglie amorose, serate in discoteca, notti di sesso bollente, a qualche squarcio di vita "fuori dalla comunità".

Il quadro complessivo che si ricava è semplicistico: i problemi sono relegati a rappresentazioni fugaci e piuttosto epidermiche alle quali si oppongono le serate nei locali, protette dall'ambiente della comunità.

È intorno a Nathan e ai suoi problemi a scuola e in famiglia che si accumulano i timidi risvolti impegnati della serie. Nathan viene vessato a scuola, ma la sua reazione apparentemente coraggiosa è in realtà dettata solo da un'arroganza, presa a modello da Stuart, che gli deriva dalla convinzione di essere superiore a tutti i suoi coetanei in quanto non si limita a parlare di sesso, ma lo fa anche. Allo stesso modo se ne va dalla famiglia alimentando una rottura che non cerca in alcun modo di sanare, semplicemente per poter vivere in totale libertà (ma sempre a spese altrui), ancora su imitazione di Stuart.
L'impressione è quella di una fuga da tutta la tradizione inglese dell'impegno sociale, a favore di una rappresentazione che, dietro la sua apparenza innovativa, realistica (è innegabile che colga un modo - presentandolo però come l'unico modo - di essere gay che oggi va per la maggiore), e disinibita (ma in realtà oltremodo patinata), flirta pericolosamente con vecchi cliché.


Sembra quasi che gli autori vogliano rappresentare una comunità gay tanto emancipata da rifiutare di affrontare il problema del rapporto con il resto del mondo, dato come superato o come un fastidio da cui si scappa: il fastidio del definirsi, del giustificarsi, del riflettere sulla propria identità e sulla propria storia, cui si preferisce la fuga o piuttosto l'aggressività e l'arroganza (che sono poi anch'esse forme di fuga) e comunque, sempre, l'individualismo.

L'emancipazione si riduce a un ininterrotto sfogo sessuale che non lascia spazio ad alcuna alternativa (gli omosessuali sono quelli che vanno nelle discoteche gay la sera e trombano con un tizio diverso ogni notte - per altro di sesso sicuro non c'è traccia). E che alla fine non soddisfa davvero nessuno: Nathan è infantilmente innamorato dell'idea di essere innamorato; Stuart si lascia prendere - superficialmente, per carità - dalle prime crisi di mezza età; Vince si dichiara - a trent'anni - rassegnato a rifiutare qualsiasi relazione matura per continuare a sognare Stuart. Non a caso è sua la battuta più imbecille della serie, sull'amore non ricambiato: "È fantastico perché non deve mai cambiare, né crescere, né finire!". Più o meno è l'idea di omosessuale che domina la serie: qualcuno che non deve cambiare (perché gli basta pretendere dal mondo quello che vuole senza sapere intervenire su di esso in alcun modo), né crescere (le insoddisfazioni non inducono a evoluzioni, ma solo a rimozioni), né finire (il vitalismo sessuale assorbe l'intera esistenza dei personaggi, come non dovesse terminare mai).


L'esistenza omosessuale si riduce al passaggio dalla masturbazione adolescenziale al sesso senza pensieri permesso dal mondo notturno: il resto sono solo fastidi accidentali che si affrontano improvvisando, e se ogni tanto affiora qualche dubbio o qualche turbamento interiore, basta ricacciarlo da dove è venuto.

Emblematico dei limiti della serie è il finale della seconda stagione: Stuart e Vince lasciano Manchester, ma la loro più che un'apertura sembra una fuga, che lascia indietro, inspiegabilmente, Nathan. Dopo una scena da videoclip che sottolinea l'irrealtà di questa conclusione, con la sua ingenua evasione nel mondo dei sogni, abbiamo un'ultima sequenza ambientata negli Stati Uniti. La confusione irrisolta del finale esibisce, senza volerlo, la falsità della soluzione scelta dai due protagonisti, portando l'intero intreccio a una conclusione estremamente tradizionale nella costruzione e nella messinscena, fino a rasentare gli stereotipi della commedia hollywoodiana.

Viste le premesse, non stupisce che la serie abbia riscosso tanto successo presso la comunità gay, né che si sia attirata critiche pungenti da parte di molti militanti. Ma a contare ovviamente è il successo di cassetta: in America hanno subito fiutato l'affare e hanno prodotto in tutta fretta un remake della serie, riprendendola in certi momenti quasi inquadratura per inquadratura. Il prevedibile successo del remake ha poi indotto i produttori a prolungare le vicende dei personaggi per diverse stagioni.

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Altre recensioni per Queer as Folk

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Queer as FolkVincenzo Patanè06/02/2005

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