Generations of love. Uno dei più bei romanzi gay del decennio.

5 settembre 2004

Ho letto questo libro perché non ne potevo più dei miei amici gay più giovani che mi avevano rintronato le orecchie con il fatto che questo era il più bel romanzo gay della storia. Sì, certo, come circa cinquanta romanzi gay ogni mese... "Passerà anche questo, come gli altri 49", mi sono detto.
E invece non è passata. Anzi, dopo l'edizione del 1999, nel 2002 è uscita l'edizione economica. E allora ho cominciato a preoccuparmi. Com'è che questo tizio qui non viene lavato via dalla pioggia notturna assieme agli altri 49?


E così l'ho letto, per vedere cosa ci trovassero mai i ragazzini miei amici in 'sto librettino tascabile che già nel titolo fa il solito, scontato ammiccamento tondelliano (già visto! già fatto! già lettoooo!) alla canzonetta yé-yé della sua infanzia.

Iddio mi ha punito per la mia superbia, per non aver saputo riconoscere il Vero Profeta, colui che era destinato a diventare in assoluto il mio scrittore preferito fra quelli gay dell'ultima onda. Apertolo distrattamente una notte per prendere sonno, mi ha tenuto gli occhi sbarrati, pagina dopo pagina, incatenato finché gli uccellini già facevano cip cip ed albeggiava, ed io finalmente potevo chiudere libro, ed occhi.

Ben mi è stato. Venne il Messia, e non lo riconobbi. Mea maxima culpa.
Mi sono fatto ingannare dal suo abito dimesso, dal fatto che non va a strillare ai maurizicostanzishow, che non strilla di essere il Più Grande Scrittore Vivente (e intanto scrive da vent'anni sempre lo stesso libro, tre volte l'anno, con solo i titoli cambiati), che non sgomita.

Matteo Bianchi scrive e si fa la sua vita. Col suo uomo, la sua casa, i suoi Cd e i suoi libri. Di essere il Più Grande Scrittore Vivente, non gliene frega nulla. Magari di essere quello Più Sereno e Felice, invece, sì.

Insomma, per farla breve: un piccolo libro per un grande scrittore.


Il libro in sé? Un nulla. Una "banale" storia dell'educazione sentimentale d'un ragazzo gay "normale" di un paesino della periferia milanese. Mamma parrucchiere, infanzia e adolescenza assolutamente come tutte le altre.


Bianchi ci racconta la sua infanzia, il coming out, l'università, il seggio elettorale, i viaggi alla ricerca di se stesso (...e di qualcun altro!), e anche, onnipresente come la colonna sonora di un film, la sua musica preferita, quella che lo ha aiutato a crescere (il titolo del libro è ripreso da una canzone - gay - di Boy George).


Tutto è banale, in questo libro. Ma, come dimostrano di non aver capito gli "scrittor giovini" gay che ci infliggono oggi le insopportabili liste dei libri che hanno letto, delle musiche che hanno ascoltato, dei viaggi che hanno fatto, del numero delle volte in cui hanno fatto pipì... "quando si bada ai contenuti, la forma è tutto"...


Il punto fondamentale di Bianchi (che è agli antipodi del branco permalosissimo ed egocentrico degli "scrittor giovini" gay di oggi) è che lui non si prende mai sul serio. Parla di se stesso, ma sfotte la propria goffaggine adolescenziale, ironizza sui suoi stessi tentativi di amare, sulla sua infanzia, sul suo paese, sulla sua famiglia. S'innamora di un gruista? E ci intitola beffardo un capitolo: "La lingua perduta dei gruisti". E così via.

Ciliegina sulla torta: la descrizione della sua prima visita a una sauna, ad Amsterdam (7 pagine!): semplicemente esilarante.


Bianchi sa sorridere di tutto, trasfigurando una vita apparentemente banale come tutte, in, semplicemente (e scusate se è poco) una vita felice. O almeno, serena.


E può permetterselo solo perché sa scrivere maledettamente bene, con una prosa sempre misurata, leggera, mai urlata, scorrevolissima, quasi parlata. Che è quello che manca a tanti suoi (falliti) imitatori, che pensano, a torto, che il suo successo sia dovuto solo al fatto che parla di canzonette.


Al contrario, Bianchi può permettersi di riciclare i ciarpami della cultura di massa, canzonette incluse ("E chi non si ricorda di Diana Est? La più grande cantante italiana degli anni Ottantadue", p. 112) solo perché è in grado di capire - lui! - che di ciarpami si tratta. Perché non prende sul serio. Perché non ha il Messaggio Assoluto da dare al mondo. Perché dice che gli piacevano i Righeira (i chiii?), ma lo dice in un modo che lascia intendere: "che ridere, eh?".


Con questa operazione letteraria Bianchi è riuscito a diventare il portavoce di un'intera generazione di gay, come lo era stato Tondelli una generazione prima, ma questa volta senza il maledettismo e la sofferenza che erano il marchio di fabbrica della generazione precedente.


E la sua importanza sta non solo nel fatto di essere riuscito a lanciarsi nel rutilante mondo dell'editoria senza padrini, e questo con un romanzo di coming out omosessuale, nella omofoba Italia! Sta soprattutto nel fatto che sempre più appare evidente che il suo stile di scrittura, leggero ed ironico, nella generazione di giovanissimi sta facendo scuola.


Dopo tanto soffrire, era ora.

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Altre recensioni per Generations of love

titoloautorevotodata
Generations of loveStefano Bolognini16/02/2004

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