Mondo dei ragazzi normali, Il

27 febbraio 2005, "Liberazione", domenica 4 luglio 2004.

"Da Jerome D. Salinger ho imparato a dar voce a personaggi adolescenti, da James Baldwin a costruire storie emozionanti, da Edmund White a trovare le parole giuste per dire la verità", mi dice Karl M. Soehnlein, giovane scrittore californiano in questi giorni a Roma per presentare alla libreria "Babele" Il mondo dei ragazzi normali (Baldini Castoldi Dalai, pp.395, euro 14,40), un romanzo d'esordio sorprendentemente nuovo e originale che negli Stati Uniti ha già ottenuto prestigiosi premi e che presto diventerà un film diretto dai registi premi Oscar Rob Epstein e Jeffrey Friedman.

Ambientato nel New Jersey alla fine degli anni Settanta, dove in quegli anni Soehnlein ha trascorso la sua adolescenza ("ma il romanzo, precisa, non è autobiografico, a meno che non si consideri autobiografica l'ambientazione nella provincia americana che certo conosco molto bene"), il romanzo narra la formazione di un ragazzo della middle-class americana che vive la drammatica inadeguatezza al modello di maschio dominante.

Robin Mac Kenzie, 13 anni, si sforza di fare amicizia con altri ragazzi, di praticare uno sport, di trovarsi una ragazza, di imparare a fumare, di smetterla di lasciarsi dire dagli altri cosa deve fare, perfino di farsi coinvolgere in qualche rissa per dimostrare di non essere da meno degli altri.

Si tratta in fondo di cose ovvie per uno della sua età, ma sono tutte cose che egli spontaneamente non fa. A differenza dei "ragazzi normali" egli ama i musei che visita periodicamente a New York con la madre, ascolta la musica degli Abba, adora i film di John Travolta, si abbandona ad una fertile immaginazione che lo mette in relazione con "una parte di sé sconosciuta, dove tutto è un ribollire di idee e il ronzio di fondo si può tradurre in mille storie".

Le prime esperienze di sesso le vive con i compagni, ma, a differenza degli altri che le rimuovono con fastidio, come Todd che "dopo" diventa sempre "furioso, angosciato, spiazzato" e "va fuori di testa non appena lui nomina il Village", egli cerca di capire i suoi turbamenti adolescenziali, di farsene una ragione.

"Per me, dice Soehnlein, questi ragazzi costituiscono un continuum: da una parte Jakson e Larry, forse esclusivamente eterosessuali, dalla parte opposta Robin, indiscutibilmente gay; in mezzo la gamma di infiniti comportamenti e possibilità".

E Soehnlein si rivela un maestro nel raccontare le mille sfumature e tonalità dei comportamenti adolescenziali, dalla violenza di chi è ossessionato dal potere che deve esercitare sui suoi compagni a chi si costringe a reprimere ogni forma di tenerezza nella disperata ricerca di una normalità impossibile, perché, come dice ad un certo punto il protagonista, "quando la gente che normale non è tenta di avere una vita normale non funziona mai".

Quando la difficile educazione sentimentale di Robin si intreccia con una tragedia che investe la famiglia Mac Kenzie, insieme all'idea di normalità salta anche il precario equilibrio familiare ed emergono con violenza tutte le contraddizioni sopite dietro una convenzionale facciata di perbenismo. Dopo niente è più come prima e se la rabbia del padre perché Jakson, il figlio preferito è in pericolo, si salda violentemente con la delusione perché l'altro, Robin, non è il figlio giusto che avrebbe voluto, nel personaggio della madre si intravedono impensabili affinità con il figlio gay. Come in Le ore di Michael Cunningham o come in Il faro di Blakwater di Colm Toibin, due tra i romanzi più belli degli ultimi anni, donne e gay sembrano capaci, assai più dei maschi eterosessuali, di mettere in gioco i propri sentimenti e di "correre il rischio" di guardarsi dentro e di interrogarsi.

"Sì", dice Soehnlein, "quello della madre è un personaggio molto importante che suscita nei lettori reazioni contrastanti: alcuni la trovano una eroina, altri un mostro. Io ho molta simpatia per lei, perché incastrata in una vita non sua, come molti gay e volevo che emergesse nel romanzo il profilarsi di una nuova consapevolezza di sé delle donne e dei gay".

Tutto giocato sul dramma familiare nel romanzo si intravedono appena gli echi delle trasformazioni culturali di quegli anni. "Sì", ammette Soehnlein, "dei Gay Pride e dei diritti dei gay nel romanzo ci sono solo echi lontani, ma era questa la realtà degli anni Settanta. A 40 Kilometri di distanza da New York, nel New Jersey, eravamo in un altro mondo, quello della provincia americana, dove ancora oggi tante, troppe cose non sono poi così diverse da allora. La realtà gay americana non è solo quella di New York e di San Francisco e le lotte da fare sono ancora tante&".

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