Diari di Keith Haring [1977-1990]. Storia d'un celebre artista gay (e fiero di esserlo).

4 dicembre 2005

Giovanissimo, Keith Haring divenne famoso in tutto il mondo per i suoi disegni dal tratto semplice, marcato e riconoscibile a prima vista. Sempre giovane, nel 1990, a soli 32 anni, Haring morì di Aids, dopo dieci anni di folgorante successo internazionale.

Questo diario racconta fondamentalmente due fasi distinte della sua vita.

La prima ci mostra uno Haring studentello d'arte alle prime armi, che dedica molte pagine a chiedersi cosa voglia essere da grande e quale sia il ruolo dell'arte nella società.
Grosso modo sono gli stessi pensieri di qualsiasi studentello d'arte dai tempi dei bisonti dipinti sulle pareti della caverne in poi, e sono interessanti per capire le radici della scelta "pop" e di "arte popolare" ed "antisistema" di questo artista, ma non aggiungono certo nulla alla filosofia dell'arte occidentale. Hanno un interesse per chi studia l'arte di Haring e le sue radici, ma meno per il grande pubblico.

La seconda parte, invece, riprende dopo che Haring ha avuto successo... ed ha scoperto d'essere sieropositivo. E riprende a scrivere nel diario come lascito al mondo per spiegare le sue motivazioni e ciò che ha fatto. E questa parte è decisamente molto più interessante.

È stata scritta per essere letta (le allusioni a "chi leggerà" sono esplicite) e ci mostra l'artista di successo in frenetico movimento da uno Stato all'altro e da un'opera all'altra, accompagnato sempre, sino alla fine, da un successo degno di una popstar, ma anche dal sentimento incombente della morte che s'avvicina, e che costringe a fare quanto più possibile prima che manchi il tempo per farlo.

Dapprima restio a parlare della propria vita sentimentale (a parte una poesia erotica "à la Ginsberg" nel 1979, pp. 68-69; o alle pp. 87-89), nella seconda parte entrano nelle pagine, senza presentarsi, personaggi a metà strada fra l'amico e il collaboratore, che come in un romanzo solo a poco a poco rivelano d'essere (quasi tutti) gay e, in un paio di casi, anche amanti di Haring.

Così è per il fotografo Tseng Kwong Chi (1950-1990, che a p. 153 scopre il "posto dove si batte" a Duesseldorf), per Bryan McIntyre che a p. 260 "abborda il commesso carino del Pop shop di Tokyo", per Adolfo Arena (l'ultimo assistente di Haring) e così è anche per il (bellissimo, anzi, "un oggetto sessuale semovente", p. 233) portoricano Juan Rivera, che "guarda i ragazzi" assieme ad Haring a p. 159, e che nelle pagine seguenti si rivelerà il suo partner fisso per tutta l'ultima parte della sua vita (gli amanti fissi di Haring, a iniziare al primo, il dj Juan Dubose, morto di Aids nel 1989, parrebbero preferibilmente "ispanici" e/o neri).
Col proseguire del racconto vedremo Haring e Juan mentre fanno l'amore (p. 168, ed anche a quattro, p. 199), mentre vivono e viaggiano assieme, mentre litigano, anche aspramente (Juan vorrebbe un maggiore impegno di Haring nel rapporti di coppia) e vediamo Haring riflettere sul suo amore per Juan, e sulla sua "maledizione", di voler amare, ma di aver paura d'essere amato (p. 233). Consiglio di dare un'occhiata a questo "Autoritratto con Juan", del 1988...

Nell'ultimo periodo della vita di Haring appare infine (di nascosto da Juan, che ne sarebbe stato comprensibilmente geloso) Gil Vazquez, diciannovenne, di cui apprendiamo solo che è eterosessuale, che è di una bellezza mozzafiato, e che l'amore di Haring per lui è puramente platonico. Gil gironzola per le pagine del diario un po' come aiutante, un po' come fitness trainer, ma soprattutto come presenza della Bellezza nella sua vita.

Spiace un poco, in questo diario così generoso sulle motivazioni politiche e artistiche di Haring, non aver trovato pagine più dettagliate sul suo impegno per la lotta contro l'Aids (Haring fece parte di Act-Up), o su imprese come la decorazione con disegni (omo)erotici dei bagni del Gay Community Center di New York. Ma i curatori avvisano che il testo ha subito un "alleggerimento" e può darsi che non tutto sia apparso -- (immagino che come minimo le parti che facevano "outing" a personaggi gay viventi e velati abbiano dovuto essere lasciate fuori per evitare grane...). O può darsi solo che questi aspetti fossero quelli che meno interessava ad Haring documentare: dopo tutto erano pubblici, e la documentazione esisteva per altra via...

Ciononostante, a differenza di quanto sarebbe accaduto se Haring fosse stato italiano, la sua fierezza d'essere gay non è stata minimamente censurata e cancellata; per esempio a p. 149, parlando degli Usa, Haring scrive:

"Mi fa piacere essere diverso. Sono fiero di essere gay. Sono fiero di avere amici e amanti di ogni colore. Mi vergogno dei miei antenati. Io non sono come loro".

E alle pp. 308-309:

"È sempre stato impossibile separare vita ed arte, per me, e la vita era inevitabilmente dominata dalla sessualità. È probabilmente la forza propulsiva dietro ogni mio lavoro".

Haring visse dieci anni nel turbinio del jet-set artistico internazionale (fu amico fra l'altro della cantante Grace Jones, che appare molte volte nel diario), e a contatto con altri artisti gay, che nomina come tali nel diario, innanzi tutto il pittore Brion Gysin (verso il quale rivela tutto il suo debito artistico e umano, e che reputa sottovalutato in vita proprio perché gay, cfr. p. 174), Andy Warhol (altro punto fisso nella vita del giovane Keith), Allen Ginsberg, William Burroughs (spesso citato semplicemente come "Bill"), il contraltista francese Paul Étienne (incontrato in un locale gay di Parigi, p. 168 e 284), inoltre il gallerista napoletano Lucio Amelio (un'altra delle moltissime persone dell'ambiente artistico ed intellettuale rapite dall'Aids in quel periodo) che è nominato en passant assieme al suo amante e molti altri ancora. Peccato che al volume manchi un indice dei nomi.

La vita notturna di Haring (intensa quanto quella diurna) nomina (annotando l'incontro con ragazzi più o meno carini e più o meno consci di aver a che fare con una celebrità) numerosi locali gay in varie città; fra questi figura il "Killer Plastic-O" (o "Plastic") a Milano e il suo proprietario Nicola Guiducci, che è citato praticamente ogni volta che Keith fa tappa a Milano.

Divertenti i commenti sul Vaticano ("Tutta la Chiesa sembra essere controllata da una gerarchia gay molto antica e onnipresente", p. 328) e gli italiani ("sono tutti ossessionati dai cazzos. Ci sono cazzi disegnati dappertutto come graffiti", p. 329).

Per concludere, un appunto. La traduzione, come accade sempre più spesso, è dilettantesca, in tutto contrasto con le pretese intellettuali implicite nell'operazione di tradurre un'opera come questa. Particolarmente disastrosa la gestione dei false friends, tradotti col pilota automatico a orecchio, e quindi in modo errato.
Fino a quando "solid steel" (p. 178), "acciaio massiccio", diventa "solido acciaio" si capisce appena ma si capisce ancora. Quando i "baths" (saune gay) che frequenta Haring diventano "bagni", non si capisce cosa ci vada a fare a caccia d'uomini, ma ci si arriva. Che una "lecture" (conferenza) diventi una "lettura" (pp. 205-207), passi ancora. Che il bel Juan si lamenti con Keith di essere sempre "attaccato" (cruised?) da tutti, quando intendeva solo dire "battuto" o "abbordato" (p. 232) è già più fuorviante.

Però "Billy boy" (p. 317) non significa "ragazzo gay", come chiosa la traduzione: è un termine inglese anni Sessanta per "prostituto". E il clou è raggiunto quando a p. 168 e 288 Haring va a un "teadance" (una discoteca che apre alle 17, l'"ora del tè", invece che alla notte), e si scopre che secondo la traduzione partecipa a una "danza del tè" (forse con le chicchere sulla testa?). Occorre commentare?

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