Tra cronaca e omosessualità

9 ottobre 2008

Raccolta di esperienze di cronaca vissuta e vista da dietro le quinte di 34 celebri giornalisti italiani con molti anni di mestiere alle spalle.

Ne emerge un sorprendente ritratto del giornalismo italiano, delle sue fonti, e del duro lavoro di giornalista.


Tra le esperienze, appaiono qua e là, testimonianze inedite e curiose che riguardano da vicino la storia dell'omosessualità italiana.


Paolo Brogi ad esempio, racconta come riuscì ad entrare in Vaticano, esattamente il giorno dopo che erano stati trovati morti un comandante delle guardie svizzere, sua moglie e una giovane guardia, il ventitreenne Cédric Tornay. Brogi, purtroppo, non si sbilancia e racconta solo di aver avvicinato la moglie del comandante senza alcun accenno al sottofondo gay che si ipotizzò come movente per il doppio suicidio seguito da omicidio.


È eclatante, al contrario, la testimonianza di Gaetano Basilici e Marcello Ugolini, cronisti d'assato, tra i primi a fare un'inchiesta sul quotidiano "Momento Sera" nel mondo dei travestiti romani nei primi anni Settanta, insieme al fotografo Wojteck Laski.

I giornalisti incontrano e conquistano la fiducia di otto travestiti che abitano in alcune baracche e vivono di prostituzione: Barbarella, Bambola, Cinzia, Ursula, Scilla, Debora, Roberta e Ombretta e senza l'"intenzione di metterli alla gogna" e riescono persino a fare un giro di roma e fotografarli.

Ne accadono di tutti i colori.

In un bar dell'Eur "alcuni mostrarono sorpresa, altri meraviglia, altri ancora indignazione" ma dopo poco i travestiti furono cacciati perché facevano troppo chiasso.

Al Cinema Barberini subiranno la stessa sorte mentre in Piazza Barberini, le otto, incominciano

"a litigare tra loro per gelosie personali. In breve, dagli insulti sempre più volgari e urlati a piena voce, si passò alle botte vere e proprie, si tirarono le parrucche, presero a colpirsi con i tacchi a spillo... un casino incredibile".

Altra tappa in via Appia dove i travestiti si prestano per fotografie in pose da prostitute ed infine una sala da ballo a san Giovanni: "nessuno, ovviamente, volle ballare con loro".

Sarebbe interessante rilegge l'inchiesta originale anche perché dalle testimonianze degli autori è evidente che il servizio, con un giro turistico di Roma, sembra costruito a tavolino (anche se in buona fede).


Ultima testimonianza di notevole interesse, quella, struggente, di Lucia Visca, Un cadavere dal nome Pasolini.

La Visca è la prima giornalista, seguiva la cronaca di Ostia per "Paese Sera", ad arrivare sulla scena del delitto Paolini quando il cadavere non aveva anocra un nome e cognome.

"Un agente raccoglie la camicia. L'ha notata ad una settantina di metri dal cadavere... la rigira fino a quando gli occhi non cadono su un dettaglio... una strisciolina fermata da un punto metallico. Le attaccano le lavanderie per non perderei i capi dei clienti. Fango e sangue non hanno cancellato il nome: "Pasolini", così c'è scritto.

Leggo un "Pasolini". Pasolini? Mi si stringe la gola. Per qualche minuto non capisco niente.... Sento un dolore dentro.

È morto un poeta. Il poeta".

Unico punto dolente relativo a questo testo: purtroppo, è di difficile reperibilità.

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