Il gatto a nove code

31 agosto 2012

Nel suo secondo giallo, Dario Argento cerca una variazione rispetto allo schema psicopatologico di L'uccello dalle piume di cristallo e la trova in una fantasiosa teoria genetica, dalle potenzialità lombrosiane, da cui subito si ritrarrà fin dal film successivo. Nell'insieme il film tiene discretamente, anche perché è meno azzoppato da siparietti e amenità varie di altri esemplari argenteschi.

Quello che comunque non viene meno è il gusto tutto particolare e ossessivo per l'omosessualità maschile che Argento dimostra in ogni suo thriller: mentre i suoi colleghi italiani di genere riempivano i loro film di lesbiche pruriginose, Argento preferisce infatti i gay. Qui ce ne sono addirittura tre.

Uno è un professore straniero, biondo e dagli occhi azzurri, uno dei sospettati della serie di crimini su cui indagano un giornalista e un enigmista cieco. «Lui è un tipo strano», rivela la procace figlia del proprietario dell'istituto di ricerca presso il quale Brown lavora. «In che senso?» chiede il giornalista. «Beh, nel senso che passa le sue serate al Saint Peter's Club». Cosa significhi il conoscitore di Argento lo capisce subito, ma per chi avesse dubbi l'ispettore di polizia (chissà perché, non sono mai personcine ammodo) sarà più esplicito: «Quello è una checca!». Ma nel frattempo noi siamo già stati all'interno di quello che è uno dei primi locali gay del cinema italiano, pieno di omosessuali alla Argento. Cioè di effeminati che si parlano al femminile, fanno moine con voci da sopranisti e scenatine di gelosia, vestono sgargiante. Con l'aggiunta di un travestito (perché farsi mancare qualcosa quando si può avere tutto?).

Il secondo è il giovane fidanzato di Brown, gelosissimo e manesco: quando il giornalista si introduce nella villa di Brown, lo aggredisce per ucciderlo. Ha per la verità anche un buon motivo, visto che nel frattempo qualcuno ha ammazzato Brown.

Dopo effeminati e marchettine, poteva mancare il terzo stereotipo classico? Ecco dunque anche il gay di mezza età patetico e triste, roso dalla gelosia e sul punto di suicidarsi (si premura di informarci lui stesso della sua intenzione), che pur di riavere il fidanzato che Brown gli aveva sottratto lo tradisce, ovviamente senza risparmiare il disprezzo di sé («Sì, il mio gesto è spregevole, ma devo vendicarmi!»).

In fondo poca cosa rispetto a quanto ci verrà propinato nel successivo Quattro mosche di velluto grigio, e se non altro l'omosessuale questa volta non è l'assassino. Con la genetica di mezzo, se ne sarebbero viste delle belle.

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