Quando eravamo froci

9 febbraio 2013

Una cosa dovremmo ripeterci tutti spesso come un mantra, anche se l’esperienza mi insegna che succede molto raramente: la buona volontà militante non basta.

Quando eravamo froci ne è un ottimo esempio. Il libro prende le mosse da alcune interviste di vario interesse (e opportunità), già edite in forma ridotta ma che indubbiamente è stato utile riunire in volume, raccolte da Pini negli anni. Se il libro a questo si fosse limitato, con l’eventuale aggiunta di una breve introduzione, avrebbe rappresentato un’utile fonte documentale.

Il problema è che da questa raccolta affettuosa di testimonianze l’autore ha l’ambizione di trarre ciò che effettivamente ancora manca nella nostra letteratura, vale a dire una storia culturale dell’omosessualità in Italia. Il compito è impegnativo e richiede le competenze di uno storico, che Pini oggettivamente non ha, come dimostrano in abbondanza le centocinquanta “pagine introduttive”. Pur limitandosi agli anni cinquanta e sessanta, queste pagine si fondano semplicemente sulle interviste che compongono la seconda parte, oltreché su uno spoglio parziale di tre periodici, che come base per un lavoro storico è piuttosto esigua. Manca inoltre una periodizzazione coerente del ventennio preso in considerazione, la verifica di molte informazioni fornite, la solidità culturale necessaria a filtrare le testimonianze e a dare spessore e significato anche al pettegolezzo.

Il problema è duplice. Da un lato, Pini si limita ad accumulare dati e informazioni (l’elenco telefonico che chiude il libro è solo un esempio) senza elaborare analisi, teorie, interpretazioni che vadano oltre ciò che risulta lapalissiano dalle informazioni stesse. Dall’altro, la bulimia nozionistica si traduce in una restituzione al lettore disordinata (soprattutto nel primo capitolo) e fastidiosamente ripetitiva.

In più, i continui sbalzi cronologici rendono difficile seguire un filo coerente tanto quanto hanno evidentemente reso difficile il lavoro allo stesso Pini, a giudicare da come il lettore si ritrova sottoposto all’“eterno ritorno” delle stesse informazioni e persino di lunghe porzioni delle interviste che già trova nella seconda parte del libro (ma ripetizioni consistenti si trovano anche fra il secondo e il terzo capitolo).

La colpa non è evidentemente solo dell’autore, ma anche del Saggiatore: un lavoro editoriale degno di questo nome avrebbe dovuto rivoltare il volume e ripensarlo radicalmente, nonché sfoltirlo abbondantemente.

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