Il nemico dell'uomo nuovo

24 ottobre 2005, Pride, ottobre 2005

Penalmente perseguibile, prima dell’unità, solo in alcuni Stati, depenalizzata su tutto il territorio nazionale con l’entrata in vigore del codice Zanardelli nel 1889, l’omosessualità in Italia non è menzionata tra i reati nemmeno nella legislazione fascista del codice Rocco.

La scelta “permissiva” dei nostri legislatori, nonostante le richieste contrarie di molti giuristi, rientra nel solco della tradizione italiana e cattolica: il metodo di repressione più efficace è il silenzio, la negazione della stessa esistenza dell’omosessualità. Giovanni Dall’Orto ha parlato a questo proposito di una specie di “patto” non scritto tra Stato e omosessuali che darebbe a entrambi qualche vantaggio: lo Stato garantisce agli omosessuali una relativa impunità alla loro sessualità, purché clandestina; in cambio è sicuro di non veder contestato pubblicamente il modello di vita eterosessuale.

Questa strategia, che, a parte una accentuazione del controllo sociale e un uso più capillare di strumenti di repressione, sostanzialmente caratterizza anche il fascismo, spiega anche le difficoltà che ha incontrato in Italia il movimento per i diritti degli omosessuali.

Il libro di Benadusi analizza, sulla scia degli studi di George L.Mosse, l’immagine dell’uomo come viene configurandosi nell’ideologia fascista, il dibattito scientifico e giuridico, le modalità di repressione, il confino, l’uso politico dell’omosessualità, la cui vittima più illustre fu il principe Umberto di Savoia. Lo Stato, concepito come organismo non solo giuridico, ma anche etico, si fa tutore della morale pubblica, invade la vita privata, impone un’immagine di “uomo nuovo”, maschio, virile, potente con la conseguente denigrazione del controtipo, femmineo, impotente, imbelle. Uno stereotipo si rafforza nel confronto con la sua negazione. Se la mascolinità riflette le aspirazioni e gli ideali della società, gli uomini che non aderiscono a questa mascolinità diventano i nemici della società stessa, un pericolo per la nazione. Questa immagine dell’uomo maschio e aggressivo, già presente nei primi del Novecento nella cultura di futuristi, nazionalisti e dannunziani, si accentua col fascismo che separa con nettezza normalità e anormalità, che classifica persone, azioni e comportamenti e con l’aiuto della medicina, del diritto e dei precetti della religione procede verso la prevenzione e la repressione di ogni forma di devianza.

In questo contesto a subire la repressione più umiliante sono gli omosessuali più visibili, gli “effeminati” e i travestiti, i cui atteggiamenti violano lo stereotipo del maschio virile, forte e rude. Sono loro le vittime degli strumenti repressivi che il fascismo mette in atto, senza bisogno di una legge apposita, dalla diffida all’ammonizione al confino di polizia, fino al carcere al manicomio. Se un omosessuale aderisce esteriormente al modello imposto può anche essere ignorato dal regime o comunque non perseguitato. Non mancano infatti, accanto a storie di delazioni e sospetti, di umiliazioni e condanne, anche storie di persone che hanno attraversato il ventennio fascista, vivendo pressoché indisturbati la loro omosessualità, certo nascondendola in pubblico, ma questa “doppia vita” non è una esclusiva del fascismo e continua a caratterizzare il comportamento degli omosessuali anche nel dopoguerra. La liberazione dal nazifascismo non è infatti liberazione di tutti. Gli omosessuali sono esclusi dall’euforia che caratterizza la società italiana del dopoguerra, non partecipano alla voglia di raccontare le esperienze vissute, al bisogno di discontinuità, alla volontà di pensare in un modo diverso il futuro. Le loro vite rimangono clandestine, la storia li ignora per decenni e quando finalmente si comincia ad occuparsi di loro, si consultano carte di polizia e atti giudiziari, che fanno emergere un quadro molto parziale della loro esperienza. Le testimonianze di strategie di sopravvivenza, di luoghi e di rituali di incontro, di storie di resistenza alla repressione antiomosessuale aspettano ancora di essere scritte.

Molte delle cose che leggiamo nel libro di Benadusi erano già note (le avevamo lette in alcune tesi di laurea inedite, in articoli di Giovanni Dall’Orto su riviste gay o nei Quaderni di critica omosessuale del Cassero di Bologna, di Carola Susani e Gianfranco Goretti, autori di due ricerche su omosessualità e fascismo, parte delle quali pubblicate), altre sono inedite e arricchiscono la documentazione in particolare sul confino e sul controllo sociale; alcuni punti rimangono controversi, come la spiegazione dell’accentuazione della repressione dell’omosessualità nel triennio 1936-1939 che Benadusi non collega alle leggi razziali, ma al tentativo di dare un volto virile e marziale all’Italia.

Il libro rappresenta comunque un momento molto significativo negli studi su omosessualità e fascismo, che diventa finalmente (a sessant’anni dalla liberazione) argomento di uno studio legittimato dall’Università e questo non è un particolare di poco conto perché in Italia se una ricerca non ha l’avallo del potere accademico non ha molte possibilità di essere presa in considerazione.

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