L'eroe (per non dimenticare Aldo Braibanti)

21 marzo 2005, L'Internazionale, 1 settembre 1969

Luciano Massimo Consoli
01/11/1969

Sono rimasto meravigliato (e sconcertato) dalla facilità con cui, nella nostra epoca, si affibbia l'etichetta di "eroe" a chiunque faccia qualcosa (qualsiasi cosa) di inconsueto, indipendentemente dal grado di pericolosità dell'azione, e dalla coscienza stessa di questa pericolosità. Eppure mi sembra evidente che l'eroe, come tradizionalmente lo si immagina, in realtà non esiste; egli è il frutto delle circostanze, una creazione propagandistica, uno stimolo per il resto della società.

Carlyle lo definisce in maniera molto acuta come "colui che è immutabilmente centrato su se stesso", e Bénoist-Mechin dice che Lawrence ce ne fornisce un esempio strepitoso, poiché non ha mai cessato di identificarsi con la visione della sua giovinezza; la Spinelli ne parla come di chi "convinto di un ideale di giustizia, lotta a prezzo di se stesso per la sua realizzazione". In altre parole tutti e tre gli autori intendono affermare che la caratteristica dell'eroe è la sua "coerenza". Avere un'idea, una visione, un pensiero, e non abbandonarlo mai, soffrire se necessario, morire se utile, privarsi di ciò che maggiormente si ama oltre al proprio ideale (che è sempre l'amore più grande): tutto questo crea l'eroe, non la statua della Vittoria Alata, o la scritta a "Pro Patria", tanto, che voglion dire? Colui che sul campo di battaglia, nel momento estremo del pericolo, pone se stesso a disposizione della propria causa, indipendentemente dal fatto che questa causa sia sbagliata o addirittura immorale, e indipendentemente dai risultati della sua azione, che muoia o continui a vivere, è un eroe, e come tale verrà considerato ed esaltato. Sua sarà la gloria (sia che viva o che muoia).

È evidente, allora, che un comportamento, pur essendo eroico, potrà benissimo risultare asociale, o, addirittura antisociale; cioè, il pericolo che si corre può essere diretto ad ottenere un vantaggio reale per l'individuo e per la società in cui si vive ed opera (Eroe Positivo), ma ci si può anche esporre al rischio mortale per la realizzazione di un ideale pernicioso per i diritti naturali dell'individuo, avendo la piena, sincera (e fallace) convinzione di essere nel giusto (Eroe Negativo).

Ma che cos'è la decisione, sia pure importantissima, presa in un momento di orgasmo, in confronto alla posizione assunta e mantenuta nonostante le forti opposizioni, nonostante le persecuzioni, in confronto alla difesa strenua delle proprie idee e della loro applicazione, anche di fronte a persone non solo contrarie ad esse, ma anche con il potere, spaventosamente arbitrario, di decidere della libertà di un individuo in relazione ad esse?


In definitiva, dov'è più eroismo? In colui che muore in battaglia o in chi giace ancora in galera, con la prospettiva di non uscirne né presto né facilmente, e che giorno dietro giorno è costretto a ripetere a se stesso le frasi che in simile occasione si ripeteva Oscar Wilde: "Bisogna che anche oggi l'amore resti nel mio cuore, altrimenti come farò ad arrivare fino a stasera?"

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