Paragraph 175

6 febbraio 2005, "Babilonia", n. 229, marzo 2004

Quest’anno, se non altro, se ne è parlato di più. Il 27 gennaio, giorno della memoria, ci si è finalmente ricordati che, parallelamente allo sterminio del popolo ebraico, il Nazismo si è scagliato con folle violenza contro ogni tipo di diversità, a cominciare dall’omosessualità (che però, ma questo è un altro discorso, veniva largamente praticata dai nazisti stessi…). Ce lo rammenta con appassionante e commovente forza lo splendido documentario Paragraph 175, di Rob Epstein e Jeffrey Friedman – nel 2000 Orso d’Oro per il Miglior Documentario a Berlino e Miglior Documentario al Sundance – ora disponibile in DVD, corredato da note biografiche e filmografia, nella nuova collana “Queer” della Dolmen, che ha rilevato quella e-mik così attenta alle tematiche gay.

Il titolo del documentario si rifà al famigerato paragrafo, il 175 appunto, del codice penale tedesco risalente al 1871 (depennato definitivamente solo nel 1994!) che sosteneva che “un atto sessuale innaturale commesso fra persone di sesso maschile o da uomini con animali è punibile con l’imprigionamento; può essere imposta anche la perdita dei diritti civili”. Fin dalla presa del potere nel 1933, il Nazismo interpretò quest’articolo nella sua accezione più ristretta e severa. All’inizio spazzò via con violenza tutte le libertà conquistate nella repubblica di Weimar, come le associazioni sessuali, le cui sedi furono distrutte con azioni programmate e brutali. In breve, nacque un “Ufficio del Reich per la lotta all’omosessualità e all’aborto” e da lì vennero fuori gli arresti di tanti ed altre soluzioni più radicali, come la castrazione forzata o la deportazione nei campi di concentramento. Molti omosessuali preferirono suicidarsi o tentare escamotage, come matrimoni forzati di convenienza. Non meno di 100.000 persone furono comunque condannate al carcere e circa 15.000 furono avviate nei lager, dove, segnate con triangoli rosa, furono la casta più infima, evitate da tutti gli altri internati e dimenticate dalle famiglie e dagli amici, che temevano di scoprirsi. La cosa non finì neanche dopo la guerra e persino il processo di Norimberga scelse il silenzio su coloro i quali furono considerati non vittime della furia nazista, ma naturali obiettivi di guerra. Solo negli anni Settanta, grazie al movimento gay tedesco, si è iniziato a scavare nelle dolorose pagine del passato.

L’eccezionale documentario di Epstein e Friedman (vincitori di un Oscar per Common Threads: Stories from the Quilt, mentre il solo Epstein lo ha vinto per The Times of Harvey Milk), ha avuto il merito, tra l’altro, di accelerare la pratica di riconoscimento ufficiale di risarcimento agli omosessuali sopravvissuti ai campi di concentramento. Costato tre anni di lavoro per reperire i finanziamenti e per la ricerca delle persone, il documentario rievoca le vicende di alcuni sopravvissuti ai campi di concentramento, unite a straordinarie immagini di repertorio. Storie, queste, raccontate in prima persona, miste spesso a pianti, a lacune, a imbarazzati silenzi; storie di uomini schiantati nel loro orgoglio, nella loro voglia di vivere e ora annichiliti da un ricordo troppo gravoso. Testimonianze laceranti di un qualcosa che si vorrebbe non fosse mai accaduto e che pure è giusto ricordare. Anzi, non lo è mai abbastanza…
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