Morte di Bellezza [1996]. Una bella testimonianza su Dario Bellezza.

6 dicembre 2005

Maurizio Gregorini ha vissuto accanto al poeta e scrittore Dario Bellezza negli ultimi mesi prima della sua morte per Aids, nel 1996.

Una morte controversa, per la scelta che Bellezza fece di sottoporsi alle cure di misteriosi macchinari "alternativi" che avrebbero dovuto guarirlo.

Gregorini ha tenuto un diario, che ha trasformato in questo libro-ricordo, che non ha nulla di agiografico e neppure di sciacallesco, come avrebbe potuto essere in mani meno equilibrate delle sue. Questo perché Gregorini ammira Bellezza e il suo genio artistico, ma conosce anche l'uomo da vicino... e da vicino sembriamo tutti più piccoli. Ha conosciuto e riconosciuto il suo spirito, ma ha anche accompagnato il suo corpo verso la morte.
Il racconto di questo "accompagnamento" copre solo quaranta pagine, ma quando ho ripreso in mano il libro per scrivere queste righe, ho scoperto che mi ricordavo a torto che fossero molte di più, tanto intense le avevo trovate e tanto mi erano rimaste impresse nella memoria.

Il resto del volume è occupato da una bella e dettagliata intervista, che riesce a mettere a nudo tanto l'artista che l'uomo, e da una serie di testimonianze di amici intellettuali, fra i quali Paolo Mosca, Elio Pecora e Antonio Veneziani.

Inoltre è pubblicata qui una ventina di poesie inedite, donate dall'autore a Gregorini.

Il diario è sempre equilibrato ed umano, non dimentica le sofferenze del malato terminale, che registra in tutta la loro banale eloquenza, ma nemmeno dimentica il fatto che si sta parlando di uno scrittore di prima grandezza, per quegli anni.

Anche se era uno scrittore non propriamente in sintonia col mondo gay e col suo concetto di "cultura gay", al quale egli è per formazione culturale totalmente estraneo:

"Ad esempio, personalmente so di non essere un poeta omosessuale. Al limite, sarei un omosessuale poeta. La poesia è poesia. Punto e basta. Può avere migliaia di colori. Uno può scriverla su di un fiore, si di un'insalata, su di un cazzo. Oppure diciamo che si potrebbe fare la poesia del cazzo, della insalata o dei tramonti.

La fissazione settoriale m'appare un fatto da vecchia checca impazzita. Una operazione che sinceramente avrei evitato, dato che non mi trovo nella poesia nata a letto. Quando si dice omosessuale, si dà già una connotazione.

Il fatto che a degli uomini piacciano altri maschi è cosa bellissima, sublime. Che non c'entra nulla con la letteratura. Anzi c'entra se scrivi La porta stretta, Se il grano non muore, o i sonetti di Shakespeare.

Adesso i giovani leggono gli scrittori che si definiscono omosessuali - li chiamo frocie connotative - solo perché ammettono di prenderlo nel culo. E se devo applaudire uno perché si fa inculare...

Bisogna vedere come si tratta un argomento" (p. 55).

Il che, detto da qualcuno che per tutta la sua vita non ha scritto d'altro che delle sue "inculate", suona alquanto bizzarro, se non contraddittorio, ma esprime un punto di vista di cui Bellezza non fu certo l'unico esponente.

Sul proprio contagio Bellezza, che aveva scritto decine e decine di poesie sulla ricerca frenetica del bell'assassino, risponde, alla domanda "Cosa significa restare infetti per una causa d'amore?":

"Nulla. Sono stato molto incosciente. Potevo prevenire la cosa. Se avessi scritto una bella poesia invece di avere avuto quel rapporto, sarebbe stato meglio. (...)
Ho voluto fare il poeta trasgressivo, eterno, ed ora mi ritrovo in queste condizioni.

Ossia, la mia cultura trasgressiva, almeno all'epoca, mi faceva sentire invulnerabile. Una invulnerabilità che nel mio caso personale ha provocato simile suicidio.

A volte penso di vivere un brutto incubo in cui cerco di comprendere come mai tutto ciò sia dovuto capitare a me, soprattutto per la ragione che la storia con questo diciottenne era di una banalità, di una superficialità che sfiorava l'inverosimile.

Certo non posso affermare che il virus mi sia stato trasmesso dall'amore, l'amore inteso come sentimento assoluto" (p. 73).

Insomma, ecco un testo che nella sua brevità riesce a dire molte cose, riesce a dirle bene, e riesce a rimanere impresso nella memoria per equilibrio fra descrizione del lato umano e racconto del lato intellettuale.

A dieci anni esatti dalla morte di Bellezza, è ancora decisamente consigliato.

Nota a margine: il titolo allude contemporaneamente a Morte di Pasolini di Dario Bellezza, e a La morte della bellezza di Patroni Griffi.

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