Bande giovanili e "vizio nefando". Uno studio meraviglio so sulla Roma del Seicento

Provi sempre una puntina di delusione scoprendo che un bravo e serio ricercatore, scegliendo da un oceano di carte su un tema che ti appassiona, ha usato criteri ahimè molto diversi da quelli che muovono il tuo interesse.
Come è avvenuto per me con questo libro, costruito a partire dalle carte del Tribunale del Governatore (che aveva competenze penali) dell'Archivio di Stato in Roma, e basato su 55 dei 114 processi per sodomia che esso celebrò fra il 1600 ed il 1666.

L'autrice vi privilegia infatti lo studio delle bande criminali dei "ragazzi di strada", degli stupri anali contro donne (alcune delle quali, peraltro, dimostrano un coraggio ammirevole nel chiedere giustizia), e degli stupri pedofili (spesso efferati) a danni di bambini e bambine anche piccolissimi (anche tre anni). Questi temi, da soli, occupano una porzione consistente del volume.
E qui ho la prima obiezione: i reati di pedofilia tendono di per sé ad essere sovra-rappresentati negli archivi giudiziari, dato che un crimine contro un bambino è giudicato inaccettabile da tutti, e quindi sfocia con gran facilità in una denuncia. Dunque sarebbe stato opportuno chiedersi in che misura il materiale degli archivi rappresenti una fotografia fedele del mondo sodomitico antico, e se non fosse il caso di valutare separatamente stupri (sia pedofili sia eterosessuali) ed atti fra persone consenzienti... Cosa che l'autrice non ha fatto.


Il che, sia chiaro, è assolutamente lecito (dopo tutto, sono stati i nostri avi e non la Baldassari a decidere che la "sodomia" conteneva tutti questi comportamenti). A maggior ragione lo è considerando il fatto che Baldassari non ha mai forzato o violentato i suoi documenti (come invece fanno fin troppo spesso certi storici gay, e ancor più queer) e soprattutto ha dichiarato in modo onesto, fin dal titolo, che a lei interessava studiare la condizione dei ragazzi d vita, più che quella dei sodomiti. E s'è limitata a mantenere a tener fede alla sua dichiarazione. Più che legittimo.

Ciò detto, più volte leggendo questo libro mi sono sentito come il visitatore di un'immensa caverna buia accompagnato da una guida con una lampada, al muoversi della quale spesso vedevo scintillare per un attimo l'oro o intravedeva un dipinto preistorico, ma che non ha mai potuto verificare cosa fosse perché non faceva in tempo a vedere, e già la sciabolata di luce era già passata ad altro. Oh santa Pazienza...


La Baldassari ha esumato nella sua ricerca, e documentato nei generosi stralci da lei pubblicati in quest'opera, un tessuto sociale che per molti versi si può definire una sottocultura omosessuale non già in fieri, bensì pienamente matura, con luoghi d'incontro, comportamenti, un'economia dell'"indotto" (per esempio le taverne "compiacenti" in cui i sodomiti andavano a far sesso), ed aree di complicità ben definite a disposizione dei nostri "predecessori" sodomiti.

Con un piccolo sforzo di focalizzazione, perciò, questo libro avrebbe potuto modificare il quadro storico che fino ad oggi aveva collocato la nascita della sottocultura urbana omosessuale nel XVIII secolo e nelle grandi città nordiche, quali Parigi e Londra. Gli osti romani che per lucro ospitano i sodomiti fingendo di non sapere e di non capire (come lamenta esplicitamente un uomo nel denunciare i "ragazzi di vita" marchettari che gli hanno traviato il cognato quindicenne), non hanno nulla da invidiare ai gestori delle Molly houses della Londra del 1720. Così come non ha nulla da invidiare a quello delle Tuileries di Parigi dello stesso periodo, il battuage che turbina in piazza Navona, dove uomini dediti alla sodomia vanno apertamente alla ricerca di ragazzi che altrettanto apertamente si prostituiscono... e dove sono predati predati da rapinatori specializzati in sodomiti, che usano ragazzi come esca. E così via.

Purtroppo, però, esaminare l'origine e la conformazione della sottocultura sodomitica nella Roma del XVII secolo non era una priorità dell'autrice.
Vediamo così apparire con insistenza nei suoi racconti luoghi, comportamenti, strategie d'abbordaggio, e ciò c'induce a sospettare che la Roma d'inizio Seicento avesse una sottocultura fiorente, articolata e non recente (appare infatti ben conformata già nei primi anni dei secolo, dunque ha radici come minimo nel XVI secolo). Ma il nostro sospetto deve restare tale, perché la nostra guida nella caverna non è interessata a illuminare con la sua lampada questi punti per aiutarci a trasformarli in certezze.


Ed è un enorme peccato. È come leggere l'opera d'un vulcanologo che parli di lapilli buttando lì che quelli che ha studiato li ha trovati fra i muri affrescati d'una villa romana ingombra di papiri.
Ebbene: la vulcanologia è una scienza seria e dignitosa, ma i papiri romani sono rarissimi, e quindi meritevoli d'un secondo sguardo perfino da parte d'un vulcanologo...
Parimenti, Baldassari ha avuto la fortuna (oltre che il merito, sia chiaro) di lavorare su un fondo nel quale sono state conservate le denunce, le testimonianze e gli interrogatori, mentre in tantissimi altri archivi d'Italia c'è rimasto il puro scheletro della sentenza finale (ad esempio, a Milano e Venezia, e in parte a Firenze), mentre tutto il resto è andato perduto. Dunque, chiedere che sullo scheletro, almeno qui, fosse messa un poco di carne, non era una pretesa eccessiva. Specie in considerazione di quanto spazio sia sprecat.. ehm, volefvo dire dedicato nel libro a descrivere la Roma del Seicento

Per fare un esempio, l'autrice narra un episodio che ha dell'incredibile: nel 1610 un nutrito gruppo di giovanotti discende con una barca il Tevere, attraccando di tanto in tanto per dare letteralmente la caccia ai ragazzini che stanno pescando o facendo il bagno sulle rive, e quando ne ha caricato una dozzina, li porta in un canneto, li picchia e li violenta.
L'autrice ci presenta alcuni stralci di verbale d'interrogatorio alle vittime, ma della vicenda letteralmente inaudita non sapremo altro. L'interesse dell'autrice è - e comprensibilmente! - rivolto alla sorte dei ragazzini. Ma a me, lettore, è rimasta anche la curiosità di capire come sia stato possibile compiere un'enormità del genere. Cosa cavolo pensava di star facendo, quel gruppo? Come poteva anche solo pensare di farla franca? E la fece poi franca? Quale mentalità ha mai potuto produrre un gesto assurdo come questo? Tutte domande che rimangono senza risposta.


Ma ora basta con le osservazioni critiche. Altrimenti qualcuno potrebbe pensare che questo sia un libro che non merita la lettura. E invece è vero assolutamente il contrario.

Innanzi tutto perché l'autrice s'è sobbarcata uno sforzo notevole entrando per prima in una caverna mai esplorata da nessuno prima di lei. Ha cioè dovuto "aprire la strada", e chi abbia mai fatto ricerca d'archivio sa quanto sia faticoso muoversi per primi, alla cieca. Da oggi, invece, chi volesse proseguire la ricerca non si muoverà più alla cieca, dato che questo volume, per quanto di dimensioni contenute (174 pagine) è solido ed autorevole. In altre parole è una solida base sulla quale è da ora in poi possibile costruire ulteriori piani. In Italia abbiamo un bisogno disperato, di volumi come questo.

Poi, perché l'autrice è (finalmente!) molto generosa nella sue citazioni, e lascia parlare spesso i documenti invece di sovrapporvi la propria voce.
In questo modo, il lettore che volesse tentare percorsi diversi da quelli tentati dall'autrice, ha la possibilità di farlo in proprio, partendo dai materiali che lei ha messo a disposizione. E non esito a dire che i documenti offerti dalla Baldassari hanno rivoluzionato la mia conoscenza e la mia visione del periodo.

Infine, perché anche la... vulcanologia ha la sua importanza. E il lavoro che interessa all'autrice è svolto con zelo, metodo critico impeccabile, assenza di voli pindarici, in modo da fare di questo libro un'opera storica destinata ad avere qualcosa da dire per molti anni anche nel campo degli studi delle donne, o dell'infanzia, o di storia di Roma...

Come se non bastasse, l'autrice scrive bene, non è mai pomposa e supponente come certi baroni accademici italiani, e perciò il libro si legge con la piacevolezza d'un racconto, pur essendo uno studio storico serissimo e privo d'invenzioni.

Ciliegina finale sulla torta: per i ricercatori è impagabile il repertorio finale di casi di sodomia (etero ed omosessuale) fra 1600 e 1666, alle pp. 141-159.


In conclusione.

Non essendo questo un libro di grosse dimensioni, e garantendo una lettura insolita e stimolante, interesserà certamente anche al lettore gay non particolarmente appassionato di storia. Questo è infatti sì un libro di storia, ma è fatto di storie, di tante piccole vicende umane, di tanti fili che ad uno ad uno tessono una trama, e propongono al lettore un tessuto affascinante su un mondo così vicino al nostro, eppure così lontano per mentalità e stile di vita.
È un libro capace di divertire, impressionare, intrattenere, oltre che d'insegnare.

Dunque, è una lettura consigliata a tutti.

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La sodomia nella Roma baroccaStefano Bolognini
05/04/2006

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